Perché Thohir deve fare un regalo di mercato all'Inter
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Perché Thohir deve fare un regalo di mercato all'Inter
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Perché Thohir deve fare un regalo di mercato all'Inter

Vuole creare una società giovane e dinamica, ma il gradimento dei tifosi passa per i primi acquisti. Una logica che ha piegato tutti i presidenti italiani - la prima giornata milanese: FOTO -

Erick Thohir è sbarcato in Italia con il progetto di riportare l'Inter a essere competitiva in Europa e nel mondo attraverso un percorso di crescita ragionato. Niente spese folli, niente mercato da sceicchi ma investimenti mirati. Idea potenzialmente vincente, ma che per suscitare il gradimento dei tifosi deve passare dal 'regalo' di inizio mandato, una sorta di tassa che tutti i presidenti italiani si sono trovati a pagare quando hanno messo le mani sui club più importanti del nostro calcio. Nessuno è rimasto esente, tranne forse Lotito il quale si misurò, però, con l'operazione di salvataggio della Lazio che non autorizzava sogni di mercato.

Cosa farà Thohir? Nei lunghi mesi di trattativa aveva lasciato intendere di non voler entrare sul mercato subito e anche il closing man mano scivolato dall'estate all'autunno inoltrato era stato interpretato come conferma della prudenza negli investimenti. Adesso, però, la società è sua e il 3 gennaio apre la finestra di calciomercato. Impossibile non finire nel vortice di voci, richieste e indiscrezioni: Nainggolan, Insua. Dzeko, Vrsaljko. Siamo solo all'inizio e l'unica certezza è che a gennaio anche il magnate indonesiano dovrà aprire il portafoglio perché questa è la tradizione del nostro calcio.

I REGALI DA MASSERONI A MORATTI - A Thohir sarà sufficiente scorrere la storia dell'Inter del Dopoguerra a oggi. Il primo fu Carlo Masseroni, presidente dal 1942 e che appena fuori dalla Grande Guerra portò a Milano Nyers e Skoglund. Angelo Moratti nel 1955 puntò in fretta su Angelillo, che era il crack dell'epoca, e Ivanoe Fraizzoli nel 1968 partì conun mercato soft (il solo Bertini dalla Fiorentina) salvo poi puntare sul ritorno di Boninsegna. Altri tempi, ma nemmeno troppo diversi visto che Pellegrini nell'84, poco dopo aver firmato l'acquisto dell'Inter, mise mano al portafoglio per ingaggiare la stella tedesca Karl Heinz Rummenigge che gli garantì il pieno di San Siro.

Massimo Moratti, che ora lascia a Thohir, non fu da meno. Anzi, la sua prima campagna acquisti fu un misto di investimenti entusiastici (e sbagliati) e intuizioni geniali: Ince per 13 miliardi di lire, Roberto Carlos per 10, Fresi 7, Ganz, Branca a gennaio e, soprattutto, Javier Zanetti, arrivato semisconosciuto e destinato a fare la storia del club. Moratti confermò il tecnico di allora, Ottavio Bianchi, salvo esonerarlo alla 4° giornata per iniziare la giostra degli allenatori.

BERLUSCONI E GLI ALTRI - Il cadeau di mercato non è una specialità di casa-Inter. L'impatto di Silvio Berlusconi sul Milan nel 1986 fu choccante e non solo per gli elicotteri calati sull'Arena di Milano. La prima estate di mercato portò in dote Donadoni, Massaro, Giovanni Galli, Galderisi e Bonetti. Prima di lui era stato Corrado Ferlaino a entrare nel Napoli in difficoltà economiche (1969) cedendo alcuni pezzi pregiati come Zoff e Altafini, ma acquistando il 'Pelé bianco', al secolo Sormani. De Laurentiis venticinque anni dopo è ripartito dalla serie C e dai colpi Sosa, Calaiò e Pià, gente abituata a ben altri palcoscenici. E la promozione in serie A nel 2007 fu festeggiata con i fuochi d'artificio: Hamsik, Lavezzi, Gargano, Contini e Blasi che all'epoca erano giocatori considerati di buon livello.

Quando nell'aprile 2010 fu nominato presidente della Juventus, Andrea Agnelli prese in mano la società imponendo una vera e propria rivoluzione, segnata dall'arrivo di Marotta e Paratici che nel primo - non fortunatissimo - mercato investirono una montagna di soldi su Bonucci, Matri e Quagliarella (che poi avrebbero vinto lo scudetto), ma anche su Krasic e Martinez, rivelatisi dei flop.

Franco Sensi divenne proprietario della Roma nel novembre 1993 e nell'arco di pochi mesi portò all'Olimpico Balbo, Thern e Fonseca. Sergio Cragnotti gettò sul primo mercato della Lazio del nuovo corso la bellezza di 60 miliardi delle vecchie lire: Gascoigne, Signori, Winter, Fuser e Cravero i colpi da prima pagina di un ciclo che si sarebbe rivelato vincente e maledetto. Tradizione italiana? Non solo. L'unico presidente straniero che si è trovato ad affrontare il passaggio è stato James Pallotta o, meglio, la cordata statunitense che nell'aprile 2011 ha rilevato la Roma da Unicredit. Il club aveva problemi economici evidenti, eppure si gettò sul mercato con forza: Osvaldo, Pjanic, Lamela, Stekelenburg, Bojan, Borriello e Kjaer solo per fare qualche nome. Difficile resistere, insomma. Anche se si viene dall'Indonesia.

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