Sport e politica, stesso caos, stessa tensione

Difficile capire il perché di tanta agitazione sui campi di calcio ieri visto che il più è già fatto

La rissa al termine di Catania-Palermo (credits: Maurizio Lagana/Getty Images)

Carlo Genta

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Sempre pensato, magari sbagliando o forzando i termini della questione, che il calcio fosse il rovescio della medaglia della politica. Argomenti che noi abbiamo il pessimo vizio di vivere con la pancia prima che con la ragione. In certi casi, un senza un attimo di soddisfazione che non confesseremo mai, ci viene il sospetto di avere almeno un po’ di ragione. Paese che bolle dopo il sabato della politica, campi che ribollono di eccessive tensioni nella domenica del pallone. Botte e schede elettorali; botte e gol.

Pochi che sanno tenere la testa attaccata al collo, nemmeno De Laurentiis, che non si infila i guantoni, ma toglie dalla fondina il cellulare e invia inutili cinguetii contro il Cagliari battuto. All’ultimo soffio, in un bagno di adrenalina e su un campo che ci mette un attimo a trasformarsi in ring. Stessa adrenalina, stessa calcistica follìa a Firenze. Ma almeno lì nessuno infila i guantoni, come succede invece nel derby di Sicilia. Va bene, siamo a fine campionato, puzza o profumo di verdetti. Ma le scene da ubriachi al pub, sarebbe meglio lasciarle ad altri scenari menu pubblici. Banalità, lo sappiamo e ce ne rendiamo conto pure guardando le immagini inglesi del solito Mario Suarez, che passa per essere un top player e magari in parte lo è davvero, mentre morsica Ivanovic nella partita con il Chelsea. Mai pensato che i campi di calcio siano degli uffici postali o delle sacrestie popolate da chierichetti. L’agonismo e l’adrenalina di cui sopra sono componenti del gioco, al di là dei soldi, del professionismo, di tanti bei discorsi patinati sul fai play di mezza settimana (quando non ci sono le Coppe…). Lo sport qualche volta tira fuori dagli stracci chi lo va a vedere, ma anche chi lo gioca. Tutti quelli di voi che abbiano calpestato anche un campetto o un playground di periferia lo sanno senza bisogno di spiegare troppe cose. Questo non giustifica nessuno, sia chiaro. Ma vale solo per trovare uno straccio spiegazione alle pecore impazzite che abbiamo visto e sentito belare (o cinguettare…) ieri.

Quanto ai risultati in senso stretto, numeri e classifiche pulite dall’emotività più spinta, ci pare tutto fin troppo chiaro. La Juventus ha battuto in modo più netto di quanto dicesse il tabellone il Milan che, dopo la meravigliosa rimonta piena di rabbia e orgoglio e alimentata dalla carica emotiva prodotta dall’arrivo di Balotelli e dall’idea bel Barcellona, ha finito la benzina e sta provando a tagliare il traguardo a motore spento. Ma mancano ancora troppi giri – cinque – per sperare di passarla liscia su chi insegue. Servono un rabbocco e un paio di giri a tutta manetta. Altrimenti i conti di fine stagione saranno profondamente diversi e molte cose che oggi sembrano quasi scontate tornerebbero ad essere in seria discussione. Dall’allenatore in giù, senza la prospettiva e i denari della Champions.

La Juventus ha vinto lo scudetto, per ora in barba a una matematica che presto farà tornare i conti. Il Napoli è secondo con tutti i meriti del mondo e del caso. Le altre che si scornano per l’Europa minore appassionano poco. Chi si salverà tra Genoa, Siena e Palermo lo sapremo solo all’ultima pagina del 19 maggio. Qualcuno come gli interisti Jonathan e Rocchi sibilano nei microfoni dichiarazioni polemiche un po’ di retroguardia. Ma questa è un po’ la carta straccia di un campionato finito.

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