Se le maglie da calcio raccontano l’economia
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Se le maglie da calcio raccontano l’economia

Aziende chiuse, banche ko, Giappone a picco, Cina, petrodollari: gli sponsor della Premier League ormai sono la vera cartina di tornasole della crisi

L’ultima a cadere, la scorsa settimana, è stata la sponsorizzazione del West Ham. La squadra londinese più amata dalla working class ha dovuto rinunciare di colpo al logo sulle maglie di Alpari FX (e alle oltre 600 mila sterline che garantiva ogni semestre) dopo che la società, da tempo in difficoltà finanziarie, è stata posta in amministrazione coatta dalla Banca centrale svizzera nell’ambito delle operazioni che hanno ridefinito il cambio del franco, suo core business.

Per gli Hammers, già in trattativa con un potenziale subentrante, non si tratta del primo scivolone, e neppure del secondo: nel 2002 il loro sponsor storico, la Dr. Martens, fu a un passo dalla bancarotta e rescisse in anticipo un contratto di sponsorizzazione triennale da 8 milioni di sterline, mentre nel 2008 un buco di quasi pari entità lo provocò il fallimento di XL Airways, dopo soli due anni di presenza sulle maglie azzurrolilla. Un anno dopo, peraltro, toccò direttamente al patron della società, il magnate islandese Bjorgolfur Gudmundsson, fare un passo indietro dopo che le sue finanze erano state praticamente azzerate dal default bancario della madrepatria.

Va detto che in Premier League - e per la verità anche nelle categorie inferiori del calcio inglese - il West Ham è in buona compagnia. Successi e insuccessi collezionati negli ultimi anni dagli sponsor di maglia sono la cartina di tornasole di come la crisi abbia cambiato definitivamente ruoli e regole dell’economia, fra tramonti scioccanti, resurrezioni e nuovi player globali pronti a infilarsi nelle voragini lasciate libere da altri.

Come non ricordare, ad esempio, la nazionalizzazione di Northern Rock, costretta subito dopo a ritirare il suo logo dalla divisa di gara del Newcastle? Lo stesso Newcastle che oggi presta il petto dei propri giocatori a Wonga, controversa società di prestiti specializzata nella rinegoziazione delle rate per famiglie in difficoltà con i mutui. Un bel segno dei tempi.

Anche su ascesa e declino delle economie asiatiche, peraltro, uno sguardo ai campi della Premier potrebbe rivelare una narrazione esaustiva e più veloce rispetto alla lettura di una decina di tomi di Rampini e Krugman. Il Guardian, nella sua edizione di ieri, ha risolto la questione con un lungo articolo un paio di infografiche che vi riproponiamo qui sotto.

L'andamento delle sponsorizzazioni di maglia asiatiche in Premier LeagueGuardian Data

Se negli anni Novanta i brand giapponesi andavano per la maggiore (ricordiamo, tra gli altri, Makita, Jvc, Fuji, Mita e Sharp), con l’arrivo del nuovo secolo il declino nipponico ha lasciato via via il campo ad aziende griffate - e spesso controllate dai governi di - Cina, Corea del Sud, Paesi Opec e tigri asiatiche varie. Con reciproca soddisfazione, immaginiamo, visto che proprio da quelle sponsorizzazioni passa il successo commerciale europeo di marchi fino ad allora sconosciuti alle nostre latitudini come la birra Chang (Everton), la compagnia AirAsia (Qpr), l’etichetta di moda low cost KP (Leicester) o il rafforzamento di chi già era leader nei rispettivi settori, come LG, Emirates e Samsung. D’altro canto, le squadre di Premier sponsorizzate da aziende asiatiche hanno visto crescere in maniera impressionante la loro popolarità in quelle aree, con un peso sui ricavi da diritti tv e merchandising che per le big come il Chelsea ha raggiunto, secondo un report di Deloitte, il 38 per cento del totale.

Dunque, viene da ribadire, tutti felici e contenti. Anche perché, provenienza geografica a parte, i trend in atto sono sempre gli stessi: finanza, hi tech, alcolici e scommesse.

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