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Sbk, Jonathan Rea: "Il titolo mondiale? Merito di mio figlio (e di Tatia)"

Neo campione iridato di Superbike, il pilota nordirlandese della Kawasaki racconta del piccolo Jake e di quanto la famiglia l'abbia reso vincente

Jonathan Rea

Cristina Marinoni

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Che Jonathan Rea fosse dotato di un grande talento si sa dal 2008, ovvero dal suo debutto nella World Supersport. Il rider dell'Ulster, classe 1987, disputò allora un eccellente campionato e il team Hannspree Ten Kate Honda lo promosse al Mondiale Superbike 2009.

Dopo un'ottima partenza, in 6 stagioni tra le derivate il migliore risultato di Rea è stata la terza posizione in classifica ottenuta nel 2014. Quest'anno, la svolta: l'irlandese approda al Kawasaki Racing Team e diventa un cannibale. Sulla Ninja ZX-10R vince le prime 8 gare su 10 disputate e si laurea campione del mondo al terzultimo round, con un entusiasmante bilancio di 22 podi in 24 gare. Lo intercettiamo subito dopo i festeggiamenti.

Enzo Ferrari affermava che un pilota perde un secondo ogni volta che diventa padre. Tu sei la prova contraria: il tuo primo figlio compirà due anni a ottobre e hai vinto il tuo primo titolo mondiale.
"Se dico che Jake mi ha aiutato a diventare campione del mondo, non esagero. Anzi, è di sicuro merito suo, oltre che della Kawasaki, che mi ha affidato una moto eccezionale. E visto che io e Tatia aspettiamo il secondo erede, posso stare tranquillo anche per le prossime stagioni!".

Quando nascerà?
"Appena finito il Mondiale: il 28 ottobre, dieci giorni dopo l’ultima tappa in Qatar. Un altro maschietto".

Se poi rivinci il titolo, mettete in cantiere il terzo?
"No, ci fermiamo qui. Ci piacerebbe un sacco avere una bambina, però sarebbe troppo complicato gestire tre figli, con la vita nomade che conduciamo". 

Una famiglia che ti aspetta a casa non ti crea proprio nessuna ansia, prima di montare in sella?
"Sinceramente? No. In quel momento ho in testa soltanto me e la moto, come succedeva prima. Altro che ansia: sembrerà strano, ma non sono mai stato così tranquillo al momento di scattare dalla griglia di partenza. Il matrimonio con Tatia (nel 2012, ndr) è stato un toccasana per me, mi ha regalato serenità; all’arrivo di Jake, poi, ho trovato grande equilibrio, sono cambiato in meglio".

Come, esattamente?
"Quando hai un figlio, vedi la vita con occhi diversi: fino a un paio di anni fa, il mio unico pensiero fisso erano le gare. Conclusa una, pensavo subito alla successiva. Adesso la prospettiva è più ampia, non esisto solo io, accanto ho due persone che amo e voglio fare stare bene. Sono più maturo, insomma. In moto continuo a prendere rischi – se non lo facessi, sarebbe ora di appendere il casco al chiodo – ma li valuto con maggiore attenzione".

È più impegnativo crescere un figlio o correre a 300 km orari?
"Badare a Jake, senza dubbio, ma la soddisfazione che mi dà vederlo camminare o sentire papà dalla sua voce, però, è unica. Quello di genitore è il mestiere più difficile del mondo, perché tuo figlio dipende completamente da te e ti senti una responsabilità immensa. Anche in pista devi essere super responsabile, ci mancherebbe, ma solo nei riguardi di te stesso". 

Com'è la tua vita, quando non sei in giro per circuiti?
"Di una normalità assoluta. Mi sveglio presto, accompagno Jake all’asilo, poi mi alleno in bici o in palestra con il mio trainer. Pranzo con Tatia e il piccolo e nel pomeriggio riprendo il workout. Con calma, però: la famiglia ha cambiato anche il mio approccio con il lavoro. Ero una macchina da guerra, niente e nessuno mi fermava, adesso la priorità sono mia moglie e mio figlio: se Tatia ha bisogno di una mano con Jake, l’allenamento può attendere. Questo non significa che io lavori meno, al contrario; semplicemente, ora sento meno la pressione, nonostante l’obiettivo resti vincere ogni gara. E so perché: grazie alla famiglia, la mia vita fuori dal paddock è più ricca e soddisfacente".

Cosa fai di diverso?
"Apprezzo quelle cose a cui un tempo non facevo caso. Le passeggiate, le cene con gli amici, le sere in casa. La sera è il mio momento preferito della giornata: cucino - ai fornelli mi diverto e me la cavo bene - e mi godo la pace del divano, tra un film e un gioco con Jake, che mi sorprende di continuo".

Racconta un po'.
"È un chiacchierone, impara una quantità di parole con una velocità incredibile. Forse perché io e la mamma gli parliamo come se fosse un adulto - senza quei versi ridicoli - e trascorre la maggior parte del tempo tra i grandi".

Da chi ha preso la parlantina?
"Da entrambi, e da ciascuno ha ereditato qualche caratteristica della personalità: è forte come la mamma, però è sensibile e determinato come me e mostra già un certo carattere. Quando lo sgridiamo, ad esempio, non si mette a piangere, ci rimane male".

Se tra qualche anno ti chiederà di correre in moto?
"Avrà la libertà di scegliere ciò che vuole. Io ho avuto la fortuna di avere dei genitori eccezionali, che mi hanno incoraggiato e mi hanno permesso di realizzare il mio sogno. Seguirò il loro esempio e, se il suo destino sarà quello di diventare pilota, gli spiegherò ciò che mi ha insegnato l'esperienza".

Che lezioni hai imparato in pista?
"Ho capito sulla mia pelle che quando cadi, ti fai parecchio male e che su due ruote il pericolo è sempre dietro l'angolo. Essere tra i migliori costa fatica, molta fatica, e quando raggiungi il top, la vita non è facile perché devi imparare a gestire il denaro, a circondarti di persone leali e tenere i piedi per terra".

Anche dopo che ti sei laureato campione del mondo?
"Soprattutto! Altrimenti perdi la grinta e sei fuori dai giochi".

Di' la verità, sapevi che avresti vinto il titolo?
"Sarò sincero: l'idea mi ha sfiorato a metà stagione. Già durante i test precampionato il feeling con la ZX-10R era fantastico, poi i primi round hanno portato una vittoria dietro l'altra e la fiducia nei miei mezzi è aumentata. Risultato: ho guidato come sono capace, su una moto praticamente perfetta che non mi ha mai tradito. E finalmente ho sollevato il trofeo che desideravo da un vita".


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