Ricavi, debiti, tasse e pochi soldi: ecco il crac del calcio italiano
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Ricavi, debiti, tasse e pochi soldi: ecco il crac del calcio italiano
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Ricavi, debiti, tasse e pochi soldi: ecco il crac del calcio italiano

E' nella top ten delle industrie italiane per giro d'affari, ma fatica a reggersi in piedi. E il peggio non è in serie A...

A lanciare l'allarme sono esperti abituati da sempre a maneggiare con i conti e poco legati al carozzone del calcio. "In questa stagione ci sono stati casi eclatanti di fallimenti, ma non sono da escluderne altri. Gli imprenditori, a causa della crisi, non stanno iniettando risorse proprie per finanziare un movimento in difficoltà che tende così sempre più a indebitarsi con le banche" spiegano i revisori che con la Figc hanno curato il Report 2015 sullo stato di salute del nostro pallone. E' bene non farsi ingannare da alcuni indicatori che sembrano segnalare una tenuta del sistema, insomma, perché la fotografia della crisi è impietosa ed espone il calcio italiano al rischio di altre dolorose perdite nei prossimi anni se non verranno portate a termine le riforme attese da tempo e se non ci sarà una netta inversione di rotta. Quella seguita oggi da presidenti sempre più nei guai è tutt'altro che virtuosa e porta a un peso ormai insostenibile alla voce debiti: 3.686.000.000 euro, ovvero 3,6 miliardi con crescita dell'8,3% rispetto all'anno precedente a fronte di ricavi da 2,7 miliardi quasi fermi (+1,2%).

Il calcio professionistico, industria da 2,7 miliardi di euro

Il giro d'affari complessivo del calcio italiano è stato nel 2013-2014 - anno di riferimento per il Report della Figc - di 2.727.400.000 euro con un crescita dell'1,2% sulla stagione precedente e del 2,1% media nell'ultimo quinquennio. In una situazione di crisi economica dilagante e con una serie di comparti industriali che hanno visto dimezzato il loro volume di ricavi non è un risultato da buttare via, anche se è evidente che il pallone cresce a ritmo lentissimo e fatica così a sopportare i costi che dovrebbe invece sostenere per restare competitivo a livello europeo. Cresce anche il costo della produzione: 2.994.100.000 (+0,8%) creando così un risultato netto finanziario negativo per 316,9 milioni di euro, i soldi che vengono bruciati ogni dodici mesi sull'altare del calcio italiano. Anche in questo caso bisogna notare che si tratta di un aumento rispetto alla stagione precedente quando il deficit era stato di 'soli' 310,8 milioni. A far registrare la performance peggiore sono le leghe minori al di sotto della serie A i cui numeri vedremo poi. A fronte di questo giro d'affari e del passivo da 316 milioni, lo stato patromoniale dei club dalla A ai dilettanti segnala un preoccupante calo del 6,7% a 273,4 milioni e qui è proprio la serie A a preoccupare con il -22,1% che conferma la difficoltà di molti imprenditori a tenere il passo con la crisi.

Penalizzazioni, fallimenti e licenze Uefa negate

Il Parma è stato la punta dell'iceberg su cui ha sbattuto il calcio italiano scoprendosi improvvisamente fragile. Non è stata, però, una sorpresa perchè da anni la falcidia di club per questioni economiche prosegue senza sosta. Si calcola che dal 2004 al 2014 siano state 92 le società professionistiche che si sono viste negare l'iscrizione ai campionati perché non riuscivano a sostenere i parametri finanziari di garanzia e nel 2014-2015 non ancora concluso sono spariti un club in serie B e 2 in Lega Pro (scesa da 69 a 60 partecipanti e pronta a una nuova cura dimagrante fino alla soglia dei 40). Non è solo un problema del calcio cosiddetto minore, come il caso-Parma dimostra. C'è un indicatore che spiega bene la profondità della crisi: nell'ultima stagione sono state ben 9 (su 21) le licenze Uefa non concesse dalla Figc su mandato europeo perché mancavano i presupposti per un'eventuale partecipazione alle manifestazioni europee. E il Genoa della primavera 2015 dimostra che il problema non è finito. Anzi.

Allarme debiti: 3,6 miliardi di euro (3 solo in serie A)

L'allarme maggiore riguarda, però, la voce debiti che per tutto il calcio professionistico italiano ammontano a 3.686.000.000 euro. Siamo a un passo dalla soglia dei 4 miliardi e la crescita nell'ultimo anno è stata importante: +8,3%. La maggior parte di questa voce è a carico della serie A, che da sola copre 3.093.000.000 euro di indebitamento di cui oltre un terzo (37%) di natura finanziaria (era il 32% un anno fa). In crescita anche i debiti tributari e previdenziali (+4,4%) e quelli verso società correlate ai club. Questa voce è la spia di una tendenza sempre più marcata dei padroni del nostro calcio: intervenire con prestiti piuttosto che con ricapitalizzazioni. Il caso Thohir-Inter ha fatto scalpore, ma la pratica sta diventando la prassi per molti. Da 366 milioni del 2011-2012 di soldi immessi sotto forma di versamenti a fondo perduto si è passati a 82 del 2013-2014. Il resto viene chiesto alle banche con accordi di restituzione sempre più onerosi e difficili da rispettare.

La fotografia della serie A: bruciati 185 milioni in un anno

La serie A è ovviamente il traino del calcio italiano. Ha un giro d'affari di 2.298.800.000 euro in caso dello 0,4% con un valore medio per club di 114,9 milioni. Calano anche i costi di produzione (-1,4%) e il costo del lavoro in generale (-0,4%). Il monte ingaggi è a quota 1.085.000.000 euro (-1,6%) e per la prima volta scende sotto la soglia del 60% nel rapporto con i ricavi attestandosi al 58%. La serie A continua a essere legata a doppio filo ai diritti tv (43%) mentre calano le plusvalenze che valgono complessivamente 443,2 milioni di euro. Attenzione ai dati su marketing e altre voci commerciali, che dovrebbero essere gli asset sui cui puntare per rendere più solido economicamente tutto il movimento: +7,9% area sponsor e -9,8% area merchandising e commerciale in genere. Non bene. Il risultato netto che ne consegue è un passivo a fine stagione di 185,5 milioni di euro; sono ancora troppi anche se la curva di discesa è incoraggiante visto che nel 2010-2011 erano 299,3 milioni e solo un anno fa ancora 202,2.

Oltre un miliardo di tasse all'anno: sorride il Fisco

Il tema è tornato d'attualità nei mesi scorsi, quando il Governo Renzi ha pensato di far pagare alle società di calcio i costi della sicurezza all'esterno degli stadi (quella dentro è già a carico dei club attraverso steward e lavori di ammodernamento delle strutture). Il calcio italiano nell'anno fscale 2012 ha versato all'Erario 1.023.000.000 euro di cui la stragrande maggioranza (86,5%) derivante da serie A, B e Lega Pro mentre il restante 13,5% è l'indotto delle scommesse che sono un business per tutti, Stato compreso e sulle quali le società non riescono a ricavare sufficientemente: eppure il calcio vale da solo l'81,3% della raccolta complessiva. Come sono composte queste tasse? 525 milioni di ritenute su reddito da lavoro dipendente, 210 milioni di Iva, 99 milioni di contributi Enpals, 41 milioni di Irap e quasi 8 milioni di Ires. Dal 2006 al 2012 la contribuzione diretta del calcio al Fisco ha superato la soglia dei 6 miliardi di euro di cui tre quarti (77,3%) dalla sola serie A. La pressione fiscale sui ricchi del pallone è nella media con il resto d'Europa: 46% l'aliquota massima sui redditi da persona fisica (47,5% in Germania, 45% Regno Unito, 52% Spagna e Olanda, 53% Portogallo) con l'eccezione della Francia dove oltre il milioni di euro scatta la maxi aliquota del 75%.

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