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Quando Alex Schwazer diceva del doping: "Mi fa incazzare"

Ecco che cosa diceva nel 2009 il marciatore escluso oggi dai giochi per doping, intervistato da Panorama

Alex Schwazer

Alex Schwazer dopo la vittoria alle Olimpiadi di Pechino nel 2008 – Credits: Ansa

Era il 2009, alla vigilia dei Campionati mondiali di atletica, a Berlino. Il marciatore Alex Schwazer, medaglia d'oro a Pechino sui 50 chilometri e oggi escluso dai giochi per doping , intervistato da Panorama, esprimeva tutto il suo disprezzo per gli atleti che alla fatica dello sport preferiscono il ricorso al doping.

''Volevo essere più forte per questa Olimpiade, ho sbagliato'' ha detto oggi Schwazer, annunciando di voler terminare la sua carriera sportiva.

All’uomo dal grande cuore sono attaccate le uniche possibilità di medaglia italiana ai prossimi campionati del mondo di atletica leggera che cominciano a Ferragosto a Berlino. Appuntamento con lui il 21 agosto ore 9,10, arrivo previsto intorno a mezzogiorno di fuoco. Fa la gara più lunga di tutte, i 50 chilometri di marcia, molto più dura della più celebrata maratona. In questa specialità ha già vinto la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Pechino e ha preso anche due bronzi nei mondiali del 2007 a Osaka e del 2005 a Helsinki. Alex Schwazer non si nasconde e sa che ce la può fare: «Non sono sicuro di vincere, ma sono sicuro che farò una buona gara. Sono allenato, sono in condizione e siccome la marcia è matematica, se sto bene, dovranno trovarne uno più bravo di me».

Alex ha un cuore grande perché è bradicardico. A riposo ha 29 battiti al minuto e questo lo aiuta nei grandi sforzi: «Vuol dire che per pompare una quantità di sangue x il tuo cuore ha bisogno di due, tre battiti e il mio di uno solo. Per questo il muscolo è più grande e fatico di meno».

Alex è nato a Vipiteno il 26 dicembre di quasi 25 anni fa. Un bel regalo di Natale per i suoi genitori, mamma bidella e papà impiegato all’Anas, con cui – quando non è in gara o in ritiro o in vacanza – vive a Calice, un paesino di 31 abitanti arrampicato sulla montagna altoatesina. «Che potevo fare se non camminare? Ogni distanza si faceva a piedi ed è così che è nato l’amore per la marcia e per la natura».

In realtà Alex sa fare un po’ di tutto: sci, hockey su ghiaccio, nuoto, corsa, beach volley, tennis. Ma della marcia, la specialità della fatica e del dolore, ha fatto la sua passione. Ed è probabilmente il numero uno del mondo e prosegue la tradizione degli Abdon Pamich e dei Maurizio Damilano.

Cos’è questa passione per la fatica in un mondo in cui tutti i suoi coetanei cercano le comodità?

A me piace faticare. Per esempio quando torno dalle vacanze. Lì, ai primi sforzi, fai una fatica enorme e senti proprio la mancanza di allenamento e dolore dappertutto. Poi mano a mano che vai avanti devi essere bravo a gestirti. Ci sono giornate in cui preferirei fare tutt’altro perché sono a pezzi..

È una fatica solo fisica?

La 50 km è la prova più massacrante. Faccio 40 km al giorno in allenamento, 9000 all’anno. Ma se al 30esimo chilometro sono stanco, e spesso lo sono, ho davanti un’altra ora e mezzo di sforzo. Non solo devo finire la prova ma anche a un ritmo elevato.

Quando avverte la fatica, dove sente dolore?

Un misto. Dipende dal lavoro che fai. Ma le gambe, quando incominci a sentire l’acido lattico, è come se uno spingesse una vite nel muscolo e poi senti i polmoni, il cuore che ti batte in gola.

Ma esiste il piacere della fatica?

Quando sento questo dolore sono più contento di quando non faccio niente

Come viene in mente a un ragazzo di fare uno sport così poco spettacolare?

Nel mio paese è diverso dalle città. Le possibilità sono molto molto limitate. Da noi non c’è niente, e io da ragazzino aiutavo i miei a raccogliere il fieno, governare le bestie, e quindi camminavo. Forse non è spettacolare, ma per me ha un grande fascino, è uno sforzo immenso. Fai gli ultimi due tre chilometri della gara in testa e sai che vinci: quella  è una sensazione unica, che non vuoi cambiare con nessuno, nessuno sciatore, nessun calciatore. Questo piacere lo abbiamo solo noi che facciamo sport di fatica.

Oltre ai muscoli e al cuore che pompa, quanto conta la concentrazione?

E’ molto importante riuscire a rilassarsi anche se fai fatica. Se dopo 10 km sei stanco, cominci a pensare: mancano 35, mancano 30, non arrivi mai. La differenza invece la fai rilassandoti. E’ importante tenere il ritmo dell’inizio. E’ una gara ad eliminazione, chilometro dopo chilometro te li devi togliere tutti, uno alla volta.

Meglio averli davanti o dietro gli avversari?

Io vado in progressione, per cui a metà gara li ho tutti davanti ma poi me li metto dietro

Si possono fare scorrettezze?

L’unica scorrettezza che si fa è usare sostanze dopanti.

Ha sempre espresso il disprezzo per chi si dopa. Eppure questa è la triste realtà di molti sport.

Per fare certi risultati bisogna avere forza e talento. Io sono convinto di averli. Ci sono atleti, anche nel mio sport, che quel talento non ce l’hanno e si aiutano con il doping. Questo mi fa incazzare.

Si sa chi sono i dopati?

Più o meno sì. Ci sono paesi dove si fanno grandi controlli come da noi e paesi dove non esiste, tipo gli stati dell’ex Unione Sovietica Russia compresa, paesi asiatici che vanno forte e non hanno nemmeno una agenzia antidoping. Non sopporto quelli che vogliono fare i più furbi degli altri. Anche in Italia. Dobbiamo cominciare a fare sport con la convinzione che anche senza doping si vince. C’è gente più portata a fare risultati e gente meno. Che vincano quelli con il talento. Prendi il ciclismo: per anni non si è fatto niente contro il doping, la cultura dell’inganno è cresciuta negli anni. Finchè non si tolgono di mezzo i direttori sportivi che hanno fatto i corridori e hanno ammesso di essersi dopati non si va da nessuna parte. Bisogna mangiare bene, riposare e allenarsi. Facendo bene tutte le cose si può arrivare. Certo, è molto più faticoso, io però ce l’ho fatta

C’è rispetto tra gli avversari?

C’è rispetto per gli avversari e per la distanza. È come avere davanti un oceano.

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