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Olimpiadi 2012, affare o crac?

Chiusi i Giochi londinesi, il premier David Cameron spera che le ricadute economiche di medio e lungo periodo coprano l'intero budget, schizzato a 30 miliardi di euro. Ma gli esperti (e gli esempi del passato) gli danno torto

La cerimonia di chiusura dei Giochi di Londra (Credits: Daniele Badolato/LaPresse)

Spento il braciere , riposte in bacheca le medaglie, archiviata alla voce “autostima” l’oggettiva riuscita organizzativa dei Giochi, che cosa resterà ai britannici delle Olimpiadi londinesi ? La domanda non è banale, perché da decenni il tema della “five stars legacy” (l’eredità dei cinque cerchi) stimola e spaventa economisti e politici di ogni Paese ospitante.

Il dibattito che ha preceduto nel 2005 la scelta di Londra come città sede, e che l’ha seguita fino ai giorni nostri, non fa eccezione. Anzi, assume ancora più valore alla luce della congiuntura in cui ci muoviamo, che è poi la stessa congiuntura che il premier italiano Mario Monti ha deciso di non sfidare scegliendo di ritirare, tre mesi fa, la candidatura di Roma per i Giochi del 2020.

Ma come sono andate le cose in Gran Bretagna? Per quanto riguarda i costi, nonostante le promesse formulate all’epoca dal premier Tony Blair (e che furono decisive per battere in volata Parigi, l’altra candidata forte), Londra si è comportata esattamente come le città precedenti, sforando i budget prefissati: stima iniziale di spesa di 5,5 miliardi di euro, chiusura ufficiale oltre quota 13 miliardi.

Va specificato che la maggior parte delle spese extra sono dovute alla sicurezza, a seguito del moltiplicarsi degli allarmi sul fronte del terrorismo, e che a questo scopo il governo ha attinto dal "fondo imprevisti" stanziato a suo tempo tra i 2 e i 4 miliardi. Senza contare che molti degli interventi di riqualificazione urbana che hanno riguardato l’area est di Londra, attorno alla quale gravitavano i giochi, sono ricaduti fra le spese ordinarie della città. Insomma a conti fatti il totale potrebbe superare agevolmente i 30 miliardi.

Una cifra enorme, ma assolutamente gestibile se in grado di generare nel medio/lungo periodo ricadute uguali o maggiori in termini economici e sociali. Proprio la scorsa settimana, per esempio, il primo ministro britannico David Cameron ha dichiarato che il ritorno olimpico per l’economia reale britannica ammonterà a 16 miliardi di euro.

È proprio qui, però, che sta il dubbio di molti osservatori. Secondo  il giornalista Mark Perrymann, che alla vigilia di Londra 2012 ha pubblicato il libro Why the Olympics aren’t good for us (Perché le Olimpiadi non sono utili per noi) le stime del governo sono decisamente ottimistiche, in partyicolare per quanta riguarda l’impatto diretto su turismo e occupazione.

I primi dati diffusi dai media locali, in effetti, sembrano dargli ragione. Di solito nel bimestre luglio-agosto a Londra arrivano 1,5 milioni di turisti, tra stranieri e britannici. Secondo i calcoli di Michael Burke, economista di area laburista, quest’anno la metà di loro ha deciso di non visitare la capitale britannica proprio per evitare i problemi logistici derivanti dai Giochi. Gli 800 mila che hanno “frequentato” attivamente l’evento, insomma, sono una compensazione e non un’aggiunta. E comunque, anche ipotizzando un boom di visitatori alle successive Paralimpiadi, restiamo lontani dalle attese iniziali del comitato organizzatore, che fissavano l’asticella tra 1,2 e 1,3 milioni di persone.

Poco probabile anche un incremento dovuto all’indotto, sia commerciale che in termini di business. Sul primo fronte, infatti, anche a causa del mancato boom turistico ben poche attrazioni tradizionali londinesi hanno fatto registrare il tutto esaurito, mentre gli unici esercizi commerciali della città che superano i loro guadagni abituali sono le catene internazionali del nuovo mega centro commerciale di Westfield, costruito accanto al parco olimpico di Stratford e di proprietà di una società immobiliare australiana .

Stando a un sondaggio di International Business Report, infine, sono appena 6 su 10 gli imprenditori locali i quali ritengono che l’evento attrarrà investimenti successivi (percentuale che scende al 33% fra le loro controparti straniere). Stime parecchio inferiori a quelle circolate prima e dopo Pechino 2008, che costò sì fra i 35 e i 40 miliardi, ma consegnò al mondo la visione di una Cina fattasi finalmente superpotenza: l’indotto per il governo locale, in questo caso, era soprattutto geopolitico. E le spese considerate comunque congrue dagli addetti ai lavori perché espresse da un Paese con tassi medi di crescita del Pil del 6,5%.

Per le economie mature, invece, il discorso è molto differente , anche se le cronache passate forniscono esempi in grado di assecondare sia i catastrofisti che gli ottimisti. Le Olimpiadi di Montreal del 1976 furono una vera tragedia dal punto di vista economico, con debiti saldati dalla municipalità soltanto dopo trent'anni dalla cerimonia di chiusura, a suon di emissioni obbligazionarie straordinarie e subaffitto ai privati di alcune delle strutture che avrebbero dovuto entrare a far parte del demanio. Los Angeles, nel 1984 , al contrario fu un trionfo e chiuse con un utile di 250 milioni di dollari. Il segreto del successo, in quel caso, furono i finanziamenti privati, che a Londra hanno latitato più del dovuto.

Accadde così anche in Grecia nel 2004, quando il governo di Atene tirò fuori di tasca propria oltre 10 miliardi. E non è un caso se oggi tutti gli studi in materia (ultimo in ordine di tempo il documento intitolato A lasting legacy ) individuano in quell’organizzazione l’inizio della spirale recessiva che ha travolto il Paese: non solo per l’aumento del deficit pubblico e l’esplosione della bolla edilizia che si manifestarono già alla fine di quell’anno, ma soprattutto perché la crescita “drogata” del lustro precedente ritardò le necessarie riforme e accentuò sprechi e dispersioni tipici della pubblica amministrazione locale.

Non sempre, comunque, gli effetti post-olimpici si dimostrano univoci. Se la Spagna oggi non sfugge alla recessione, a Barcellona resta la riqualificazione del lungomare e della zona portuale operata per i Giochi del 1992, che ha migliorato le condizioni di vita degli abitanti e gli introiti turistici. Così Londra ha puntato sulla bonifica del malfamato quartiere di Stratford dove sorge il villaggio olimpico che è già stato rivenduto: a fine gare ospiterà un complesso residenziale da 3.500 appartamenti. Come rimarranno la Thames Gateway Cable, funivia sopra il Tamigi che porta 2.500 passeggeri in un'ora, le nuove linee metropolitane e la ferrovia di superficie ad alta firmata Hitachi. Anche l'ultima competizione italiana, l’Olimpiade invernale di Torino del 2006 , mancò di poco l'obiettivo del pareggio di bilancio (il rosso finale fu di circa 24 milioni), ma contribuì in maniera decisiva al rilancio della città.

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