Nba, Rudy Gay: “Voglio portare Toronto ai playoff”

A Milano per l'Nba 3X Tour, la stella dei Raptors parla degli obiettivi della prossima stagione e di Bargnani a New York: "Diventerà uno specialista. Era quello che voleva”

Rudy Gay, 27 anni, ala piccola e uomo franchigia dei Toronto Raptors, è stato tra gli ospiti d'eccezione dell'Nba 3X Tour di Milano.

Teobaldo Semoli

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“Il mio obiettivo è diventare uno dei migliori e portare Toronto ai playoff. Poi un giorno potrei anche venire in Italia a giocare”

Rudy Gay ha appena finito la sua esibizione quando si accomoda al tavolo delle interviste all’ombra del Duomo, dove ci accoglie con un saluto caloroso: “L’italia è un posto fantastico – racconta ­il giocatore, che la scorsa settimana ha twittato che rimarrà a Toronto anche la prossima stagione – Con gli italiani è stato amore a prima vista. Un giorno mi piacerebbe venire a vivere qui”. La stella de Raptors è ospite dell’NBA 3X Tour, evento itinerante di 3 contro 3 della massima lega di basket americana, e se non fosse per la sua l'altezza (203 cm) con zaino e pantaloncini si confonderebbe ai tanti appassionati di pallacanestro che affollano Piazza Duomo.

Dopo il cambio di casacca della scorsa stagione (da Memphis a Toronto) Gay non nasconde la sua voglia di guardare al futuro; davanti vede una crescita personale che lo porterà presto, dice, al livello di Lebron e soci: “So di avere il talento necessario ma per essere tra i migliori devo diventare un giocatore più solido, più costante. Dovrò entrare in campo con lo stesso tipo di mentalità tutte le sere per garantire un rendimento costante alla mia squadra”.

La scorsa settimana hai deciso di rimanere a Toronto. Come ti senti dopo aver preso questa decisione? 

“Mi sento meglio, sono più rilassato e non vedo l’ora di tornare ad allenarmi. Toronto è una squadra giovane e ho scelto di rimanere per far crescere i giovani, me stesso e di conseguenza l’intera franchigia”. 

Hai visto playoff della tua ex squadra, i Memphis Grizzlies (arrivati in finale di Conference a ovest)? Qualche rimpianto?

“Nessuno. Sono contento per loro. Li conosco bene è so che sono giocatori che lavorano duro. Se lo meritano”. 

A Toronto sei dovuto diventare “giocatore franchigia”, come Lebron a Miami e Kobe a Los Angeles. Cosa si prova? 

“Senti di avere molte più responsabilità sulle tue spalle. Quando sei l’uomo su cui la squadra conta per vincere le partite sai che non puoi deluderli. Mai”.

Cosa ne pensi dell’addio di Bargnani (approdato ai New York Knicks). Qual è stato il problema tra il Mago e i Raptors?

“Niente di particolare. A volte devi semplicemente cambiare aria, senza che ci sia una motivazione particolare. L’Nba funziona così. Penso che a New York potrà tornare il giocatore che conoscevamo”.

Secondo te i Knicks hanno fatto un buon affare? 

“Quello che ci ha guadagnato sul serio credo sia proprio Bargnani. A Toronto avrebbe dovuto fare di tutto tutto mentre a New York potrà diventare uno specialista, che è quello che voleva fare. E di lunghi tiratori del suo livello ce ne sono pochi nella Lega”.

Cosa ne pensi degli altri italiani in Nba?

“L’infortunio di Gallinari è grave sia per lui che per Denver. I playoff hanno dimostrato che Denver ha bisogno del Gallo, è lui l’uomo franchigia. Belinelli invece è un giocatore in crescita e a San Antonio, dove il sistema privilegia i tiratori, potrebbe trovare la sua consacrazione definitiva”.

Parliamo delle Finals. Scegli tra il talento di Miami e il sistema di gioco di San Antonio...

“Sono costretto a scegliere il talento di Miami, che ha vinto, ma i giocatori e il coach di San Antonio hanno dimostrato ancora una volta cosa vuol dire essere squadra. Sotto ogni punto di vista”.

Recentemente hai dichiarato che ti piacerebbe essere allenato da coach Popovich…

“Amo il suo sistema di gioco. L’organizzazione, il timing delle uscite dai blocchi. Per il momento però sto bene a Toronto”.

Chi è il tuo Mvp?

“Lebron.  E’ in grado di fare qualsiasi cosa per la squadra, non credo ci sia un giocatore più determinante di lui per i suoi compagni. In fondo è questo che deve fare un Mvp, giusto?”.

Chi è il giocatore più duro che hai dovuto affrontare in questi anni di Nba?

“Carmelo Anthony e Kevin Durant”. 

Intendi che è difficile attaccare o difendere contro di loro?

“Ovviamente difendere. In attacco nessuno è in grado di fermarmi (ride ndr”). 

Dimmi il tuo quintetto ideale… 

“Chris Paul, Kobe Bryant, Carmelo Anthony, Lebron James e Lamarcus Aldrige”.

C’è un giocatore a cui ti ispiri?

 “Kobe. Quello che impressiona tutti e noi è che in grado di giocare sempre come se fosse alle finali. E’ uno che lotta, anche contro gli infortuni, ogni volta che indossa un paio di pantaloncini”.

Se domani ti chiamassero i dirigenti di Toronto e ti chiedessero di scegliere un giocatore da comprare, chi sceglieresti?

“E’ una domanda difficile. Forse Chris Paul. Tutti i tiratori vorrebbero giocare con lui. Per l’impatto che ha sui suoi compagni e ovviamente per gli assist che in grado di servire”.

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