Nba: David Stern, l'uomo che ha sempre giocato nel futuro

Dopo 30 anni il "commissioner" per definizione lascia il posto ad Adam Silver: ecco come ha trasformato il basket pro in un business mondiale  

David Stern con LeBron James: se l'asso dell'Nba è una stella di fama mondiale, il merito è anche e soprattutto del commisioner in procinto di lasciare la poltrona di commissioner. – Credits: Getty Images.

Dario Colombo

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Quando l'1 febbraio 1984 David Stern prende possesso dell’ufficio con vista sulla Quinta Avenue lasciato libero dall’ex-ministro delle poste dell’amministrazione Kennedy, Larry O’Brien, basta un solo dato per far capire in che stato versi l’NBA: persino la finale per il titolo dell’anno prima è stata trasmessa in differita dai grandi network americani. Per il figlio del piccolo commerciante di delikatessen laureato in legge alla Rutgers University è quello il punto di non ritorno da cui partire per la sua nuova avventura di commissioner della National Basketball Association.
Bastano pochi anni perché David Stern firmi il primo di tanti contratti-record con CBS e NBC che riportano il basket pro sugli schermi nel "prime time" e soprattutto portano nelle esangui casse delle franchigie Nba centinaia di milioni di dollari; ne bastano ancora meno perché i proprietari delle squadre, consapevoli d’aver trovato in lui l’uomo giusto per rilanciare il loro business, gli facciano trovare sul conto in banca un bonus da 10 milioni di dollari e un contratto da 3 milioni e mezzo di dollari l’anno che in quel periodo (per quanto si parli dei mitici "Ottanta") supera anche quello delle stelle dello star system. Essendo però consapevole che il successo della lega è legato indissolubilmente al contributo dei giocatori, Stern concede al termine di una storica trattativa la partecipazione del 52% agli utili dei club: è nato il salary cap, di cui negli anni a venire e fino ai giorni nostri si sarebbero contate decine di imitazioni (o tentativi d’imitazione…) senza che mai si raggiungesse l’efficacia del meccanismo messo a punto dal diabolico avvocato di New York.
In questo piccolo giardino dell’Eden, dove tutto cresce rigoglioso, spuntano anno dopo anno i fiori di Pat Ewing, Akeem Olajuwon, David Robinson, Karl Malone, John Stockton. Spunta la stella infinita di Michael Jordan, e così l’NBA può permettersi di salutare con commozione il ritiro di Julius Erving e Kareem Abdul Jabbar senza paura di cadere di nuovo nel buio.
Con lungimiranza, David Stern intuisce anche che il seme del basket ha attecchito sì nelle pianure dell’Iowa o sulle spiagge della California, ma anche sotto i cieli della vecchia Europa, magari proprio in quella parte fino a quel momento irraggiungibile che era la Cortina di Ferro. E’ il 23 giugno 1989 quando Sharunas Marciulonis, lituano di Vilnius, pone la sua firma in calce al contratto che lo legherà per 3 anni ai Golden State Warriors. E' un muro che cade, e da quella breccia passano in poche settimane fenomeni dei canestri del calibro di Drazen Petrovic, Vlade Divac, Alexander Volkov, Zarko Paspalji.
Abilissimo a sua volta nello scovare talenti fuori dal parquet, David Stern trova poi sull’altra sponda dell’Atlantico l’uomo giusto per dialogare sulle stesse lunghezze d’onda, il segretario generale della FIBA Boris Stankovic: con lui dà vita al primo torneo open della storia disputato dai giganti del basket americano in Europa, il McDonald’s Open; con lui, soprattutto, porta per la prima volta alle Olimpiadi di Barcellona una nazionale americana figlia del campionato NBA, il favoloso Dream Team.
Il nuovo secolo vede Stern impegnato a piantare la bandierina biancarossoblu dell’NBA negli angoli più sperduti del pianeta, facendone un marchio globale e, di conseguenza, affrontando tutti i pericoli delle global company. Conosce per due volte la sconfitta del campionato sospeso, l’ultima due anni fa, in una lunga battaglia per il rinnovo del contratto collettivo. Vede stelle di prima grandezza finire nelle aule dei tribunali per droga, violenze, stupri; franchigie scomparire ed altre incapaci di ritornare grandi, in primis New York.
Adesso che lascia all'erede designato Adam Silver dopo 30 anni esatti di guida ininterrotta della lega pro più famosa del mondo, avendo visto passare 7 presidenti degli Stati Uniti, migliaia di giocatori e allenatori, infinite storie, sarà difficile pensare all’NBA senza il piccolo grande uomo che dalla grande vetrata del suo ufficio occupata dalla mole del Rockfeller Center è riuscito a vedere quello che nessun altro era stato capace nemmeno di immaginare.
Have a nice time, Mr.Stern.

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