MotoGP

Vinales come Iannone: vince e saluta. E fa grande la Suzuki

Il pilota spagnolo, promesso sposo della Yamaha, fa sua la gara di Silverstone e regala alla casa giapponese il secondo trionfo nella MotoGp

Maverick Viñales

Dario Pelizzari

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Dopo Andrea Iannone, che in Austria vince con la Ducati e ringrazia il team per quanto è stato e a fine stagione non sarà più - perché il pilota abruzzese passerà alla Suzuki per far posto a Jorge Lorenzo - un'altra prima volta che fa storia e scatena l'entusiasmo di tutti i tifosi a due ruote. Nel catino di Silverstone, Maverick Viñales mette tutti in fila al termine di una gara colma di brividi per via di quel volo impressionante di Loris Baz e rende gloria a se stesso (leggi primo centro nella MotoGp) e alla Suzuki, che nella classe degli eletti non saliva sul podio dal 2007 (chi ricorda la cavalcata trionfale di Chris Vermeulen al Bugatti di Le Mans?). Viñales come Iannone, vince e saluta. Il prossimo anno correrà infatti al fianco di Valentino Rossi in sella alla Yamaha ufficiale. Il cerchio che si chiude. E rende gloria alla casa di Hamamatsu, protagonista di una risalita lenta eppure costante tra le bellissime e velocissime della MotoGp. Il podio di Viñales a Le Mans (ci risiamo), nel maggio scorso, il primo capitolo di un percorso che regalerà quasi certamente grandi soddisfazioni alla scuderia guidata da Davide Brivio.

 

Motomondiale '62, il primo titolo 

La prima volta non si scorda mai. Motomondiale 1962, classe 50, dieci gare in calendario e sedici piloti complessivamente a timbrare il cartellino-presenza. Il passaporto dice sei giapponesi, tre tedeschi, uno spagnolo e nessun italiano: il mondo alla rovescia. La Suzuki comincia a fare festa i primi di giugno sull'Isola di Man e chiude il filotto di vittorie a metà luglio alle porte di Stoccarda, quattro gare dopo. Al rompete le righe di fine stagione mancano ancora tre mesi e quattro gare, ma il bottino messo da parte dal tedesco Ernst Degner - polacco di Gliwice trapiantato nella Germania Est dopo la Seconda guerra mondiale, ex numero 2 nella 125 dell'anno precedente - diventa ingombrante per tutti gli avversari. Vince Degner, primo e unico titolo in carriera, vince la Suzuki, che nella decina dei Sessanta piazzerà altri sette acuti tra 50 e 125.

Il periodo d'oro con Anderson e Anscheidt

La casa di Hamamatsu ha fatto tombola con un neozelandese di nome Hugh Anderson, che in tre anni tre sale quattro volte sul gradino più alto del podio di fine stagione. La prima volta nel 1963, la seconda... anche. Sì, perché allora era ancora consentito gareggiare nello stesso gran premio in due categorie diverse. Scendi da una, sali sull'altra e la gloria si raddoppia. Suo il titolo nelle classi 50 e 125. L'anno dopo farà il bis nella 50 e nel '65 nella 125. Proverà a dimostrare il suo valore anche nella 350 e nella 500, ma con risultati a dir poco modesti. A dare gioia alla Suzuki ci pensa qualche mese dopo un altro tedesco, Hans-Georg Anscheidt, che fa i fuochi d'artificio nella classe 50 per sette stagioni, dal '62 al '68. Decisive per lui le ultime tre, in cui indovina la manciata di corse in programma. Otto vittorie in tre anni possono bastare perché gli si aprano le porte dell'Olimpo della due ruote junior.

I sei titoli nella 500

La Suzuki produce meraviglie anche nella 500. Il primo pilota a regalarle la soddisfazione che vale un pezzo di storia è il britannico Barry Sheene, detto "Iron man" per via del numero di viti e vitine che aveva accumulato tra gambe e braccia in seguito a crolli e scivoloni. Nel biennio '76-'77 è travolgente: due campionati, due titoli. Ci andrà vicino anche nel '78, ma Kenny Roberts su Yamaha ne ha di più, arrivederci alla prossima, che però non arriverà mai. Tempo quattro anni e la Suzuki torna a guardare tutti dall'altro. Merito di Marco "Cavallo pazzo" Lucchinelli, il primo italiano a fare grandissima la casa giapponese. Dopo alti e bassi poco gratificanti, nel 1981 il destino bussa alla porta del pilota spezzino, consegnandogli una vittoria straordinaria. Lucchinelli punti 105 e Randy Mamola - un mezzo fenomeno che in carriera ha raccolto briciole a dispetto di un talento da prima pagina - punti 94.

Poi, la staffetta. Lucchinelli passa alla Honda e Franco Uncini, reduce da un campionato più che deludente, indossa la tuta di Superman e lascia tutti a bocca aperta. Vince cinque delle prime nove gare e nelle cinque che mancano si ritira tre volte, ma passa comunque a riscuotere il titolo: meteora luminosissima. A cavallo tra gli Ottanta e i Duemila daranno lustro alla Suzuki due americani, il fedelissimo Kevin Schwantz, campione nel '93 e vicecampione nel '90, e Kenny Roberts Junior, magnifico nel biennio 1999-2000. Quindi, il lungo, lunghissimo silenzio.

MotoGp, una delusione lunga un decennio

Una vittoria in due lustri, quattordici podi in tutto, briciole qua e là raccolte da undici piloti diversi. Da Kenny Roberts Junior ad Alvaro Bautista, passando da Sete Gibernau, John Hopkins, Chris Vermeulen (suo l'unico trionfo, campionato 2007) e Loris Capirossi. Nella prima esperienza nella MotoGp, la Suzuki fa acqua da tutte le parti. Corre, ma gli altri fanno meglio, decisamente meglio. E nel quartier generale di Hamamatsu la speranza incrocia la delusione, che porta la scuderia ufficiale a farsi da parte al termine del 2011 per riflettere sugli errori commessi. Decisione azzeccata. Perché al contrario dell'Aprilia, che sceglie di rimettersi in gioco subito in pista senza passare dall'officina, la Suzuki torna nella MotoGp nel 2015 dopo aver speso un biennio a ripensare il progetto dalle sua fondamenta. Il podio di Viñales, la conferma che la strada intrapresa è quella giusta. 

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