MotoGP

Agostini: "Nessun favorito per il Mondiale... tranne me!"

Il pilota più forte della storia dice la sua sulla stagione di MotoGP e si sbilancia su un solo pronostico: "Tornassi in pista, vincerei ancora io"

giacomo agostini

Cristina Marinoni

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A 73 anni compiuti da poco, Giacomo Agostini, 15 volte campione del mondo tra il 1965 e il 1976, oltre che una leggenda delle due ruote continua a essere un protagonista del mondo della MotoGP: facile incontrarlo nel paddock, inevitabile chiedergli un commento sulla stagione in corso.

Il Motomondiale è al giro di boa: su quale pilota scommetterebbe per la vittoria del titolo?
"Impossibile puntare su un solo nome in questo momento, la battaglia è aperta. Per fortuna!".

Ha almeno un favorito per Indianapolis (il 9 agosto, ndr)?
"Nemmeno. Vale la stessa risposta di prima, anche perché i rider migliori vanno forte su qualsiasi circuito".

Passiamoli in rassegna, allora, partendo dal primo in classifica: Valentino Rossi.
"La grande sorpesa di questa stagione. Non ho mai detto che fosse finito, ma pensavo che a 36 anni finisse per perdere un po' di smalto: l'età conta, altrimenti io correrei ancora! (ride, ndr) Invece Valentino sta dimostrando di essere quello dei 22 anni. Grazie alla sua grande esperienza non ha bisogno di rischiare come gli altri e gioca le sue carte con la tattica e la messa a punto".

Jorge Lorenzo?  
"Bello rivederlo in forma: è tornato lo Jorge che conoscevo. Gliel'ho pure detto".

Marc Márquez?
"Meraviglioso. Nel 2014, a 21 anni, ha stracciato tutti gli avversari e ha lasciato gli appassionati, me compreso, senza parole".

Rossi, Lorenzo, Márquez: l'identikit del pilota perfetto prendendo una dote da ciascuno?
"A Lorenzo ruberei lo stile impeccabile: sembra non faccia il minimo sforzo in sella e la sua guida pulita è un piacere per gli occhi. Márquez è spettacolare nel senso opposto: spericolato come nessuno, si butta in curva come un pazzo, contro le leggi della fisica. Rossi ha un talento unico e riesce ancora a sfruttarlo al massimo. Aggiungo una cosa, però: i cavalli di razza sono tutti dotati delle medesime caratteristiche, e in un certo senso si somigliano. Per essere un campione devi dunque avere tantissime qualità ben mixate tra loro".

Un commento sulla Ducati, tornata competitiva dopo una lunga assenza dalle prime posizioni?
"Sono 'yamahista' ma anche italiano: mi fa un piacere enorme che la casa di Borgo Panigale riesca a tenere il passo delle factory giapponesi. Noi italiani siamo gli unici ad arginare il dominio del gigante nipponico, incredibile. Francia, Inghilterra, Spagna: nessun altro Paese vanta una scuderia e una storia motoristica come la nostra". 

Sempre a proposito di Ducati, al Mugello Andrea Iannone ha firmato il record di velocità: 350,8 km orari. Lei se la sentirebbe di andare così forte? 
"Certo, la velocità non è un problema. E non fa la differenza. Le gare si vincono in curva più che sul rettilineo".

Se lei scendesse oggi in pista?
"Vincerei, ovvio".

E i piloti attuali come si sarebbero trovati a  correre nella sua epoca?
"Peggio dal punto di vista della sicurezza: ai miei tempi le gare erano molto più pericolose, non potevi permetterti di finire per terra perché rischiavi di morire. Adesso, grazie al cielo, la maggior parte delle cadute causano danni reparabili".

Quale circuito sceglierebbe per una gara?
"Sono indeciso tra tre. Il primo è Assen, di cui conservo ricordi splendidi: a tifare c’erano immancabilmente 200 mila persone. Il tracciato di una volta, però: quello era davvero l'università della moto, difficile ed entusiasmante".

Il secondo?
"Monza, casa mia. Non solo: ho vinto lì il primo Mondiale, nel 1966. L'invasione di pista da parte di 150 mila tifosi è stata una festa indimenticabile. Il terzo, invece, dove ho debuttato: Imola. Una pista molta tecnica, dove servivano le palle per vincere".

Oltre ai 15 titoli, nella sua carriera ha conquistato un sacco di cuori... Sono più belle le ombrelline che circolano nel paddock oggi oppure le ragazze di ieri?
"Le donne sono sempre belle! C'è una differenza, però, rispetto alla mia epoca: ora sono più spigliate, disinvolte, disinibite, nel senso che si mettono più in mostra ed è meno difficile raggiungerle. Prima era un'impresa: c'è stata un'evoluzione, insomma. Proprio come per le moto, no?".



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