El Shaarawy sul mercato? Giusto e triste

Le "grandi" italiane nulla possono contro i paperoni arabo-russi. Così non ci resta che vendere - la diretta sul calciomercato -

Stephan El Shaarawy con la maglia rossonera. Ed il prossimo anno? (Credits: Valerio Pennicino/Getty Images)

Carlo Genta

-

“L’abbiamo messo sul mercato. Ma lui non deve essere triste: alti e bassi sono normali alla sua età”.

Dalla nave dell’amore rossonera, Adriano Galliani in crociera sociale con l’inseparabile Allegri, quasi un (metaforico) viaggio di nozze, butta bottiglie in mare. Con messaggi per il suo piccolo faraone che sta dall’altra parte del mondo con la Nazionale.

El Sharaawy, non sarebbe il primo (quello fu Schevchenko) e non sarà l’ultimo. Il Milan non è più una squadra che porta i suoi giocatori fino alla porta dell’Inps al ritiro della pensione. Della Villa Arzilla che fu rossonera, restava solo Ambrosini che è stato dismesso poche ore fa. Il gerontocomio rimane solo nell’altra metà di Milano. Ma la storia di El Sharaawy è un’altra cosa.

E’ il simbolo di quello che il Milan vorrebbe essere o diventare. Un anno fa, congedando la colonia degli anziani, Silvio Berlusconi disse: “D’ora in poi saremo una squadra di giocatori giovani: età massima ventidue anni”. Ovviamente era una forzatura, ma anche un messaggio preciso. Forse qualcosa è cambiato. Forse ad essere cambiato, alla velocità del suono, è semplicemente il mondo che sta intorno.

Parliamoci chiaro: la guerra dei bottoni d’oro contro la ristrettissima oligarchia arabo-russa non la può fare nessuno. Possono riuscirci al momento le due grandi di Spagna, ma non si sa come e per quanto – dato che si muovono su una lastra di ghiaccio sotto la quale sta un pozzo di debiti -, dato che pure lì banche e norme fiscali non sono più sorridenti come un tempo. Poi il Bayern che ha la sua solida politica tedesca. Stop. Quindi inutile fare le vergini in piazza e gridare allo scandalo davanti alla fontana di soldi dei nuovi ricchi.

Normale che il giovane Stephan finisca al mercato. In questo caso la merce di scambio non sono i cammelli, ma sacchi di contante e giocatori non più freschissimi. Diciamo sulla trentina da Tevez a, per via indiretta, Diamanti e Matri. Il Milan non sarà da corsa in Europa, anche se come al solito racconteranno favole diverse.

La Juventus ha maggiore titolo per sedersi al banchetto dei sultani, ma in fondo al tavolo e provando a lavorare di fantasia per rinnovare, possibilmente in meglio, una squadra che non ha bisogno di un Godot (il ben noto top player che è il tormentone di ormai troppe stagioni). Conviene accettare la realtà, più che fare sceneggiate sulla nobiltà perduta. La dimensione del calcio italiano è quella che gli americani chiamano da “under dog”, squadre non pronosticate che imbroccano la grande stagione. A pensarci bene, oggi, la squadra-simbolo del nostro calcio, per ruolo, ambizioni e politiche societarie è il Napoli.

© Riproduzione Riservata

Commenti