mazzola ronaldo
ANSA/DANIEL DAL ZENNARO
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Mazzola: "Anche la Grande Inter vinceva tante volte 1-0"

La bandiera nerazzurra, oggi un po' dimenticata, si ricorda tra campo e dirigenza: "Ronaldo e Pirlo i colpi di cui vado più fiero"

Sandro Mazzola è probabilmente il giocatore più rappresentativo della storia dell'Inter: 17 campionati disputati, 565 presenze, 160 gol. Oggi è un po' ai margini, la nuova Inter di Thohir ha forse dimenticato la sua bandiera. "Sono cambiate tante persone, non sento più nessuno. Sì, un po' mi dispiace, non lo nascondo". Grande sensazione hanno fatto le recenti parole di ammissione di Sandro sulle pasticche prese prima delle partite, pratica denunciata anni fa dal fratello Ferruccio (morto nel 2013). Inizialmente Sandro negò quella circostanza, oggi invece la conferma: "Non credo ci abbiano dato nulla di grave, però io fingevo di prenderle, le mettevo sotto la lingua e poi le sputavo nella mia valigetta dove tenevo le mie quattro paia di scarpe. Quando le portai ad un medico di fiducia, mi confermò che facevo bene a non assumerle. Inizialmente ho negato, è vero, ma non volevo creare imbarazzo a una società che mi ha dato così tanto nella vita". 

Questa chiacchierata parte però dalla fine per ripercorrere tutta la vita interista di Sandrino. Il periodo da dirigente interista, da rabdomante di talenti. "Ronaldo e Pirlo sono i colpi che mi rendono più orgoglioso. Il brasiliano perché nessuno ci credeva. Quando lo incontrai, sapevo che voleva lasciare il Barcellna ed era attratto dall'Inter. Mi gelò subito però con una frase: tu sai quanto guadagno? Risposi: 'Sì, ma tu mi porti anche due sponsor' (Nike e Pirelli ndr)".

Su Andrea Pirlo, di cui si è molto parlato negli ultimi giorni per un'ipotetica offerta dell'Inter, Mazzola ha solo parole di elogio. "Sarebbe utile anche oggi sicuramente. Quando lo presi, era ancora un ragazzo. Lippi mi aveva chiesto l'acquisto di un mediano del Brescia, chiamai allora Lucescu che avevo conosciuto in Romania in occasione di una partita della Nazionale, e lui mi disse: 'Guarda, se vuoi prendere uno che diventerà un grande giocatore, allora punta su Pirlo'. Organizzammo un provino segreto ad Appiano Gentile e anche Lippi diede il suo assenso". Tra gli acquisti storici di Mazzola non si può poi dimenticare Javier Zanetti. "Non riuscivamo a chiudere l'affare Rambert e alla fine decidemmo di inserire un altro giocatore nella trattativa".

Tre invece i grandi rimpianti: Michel Platini, Paulo Roberto Falcao ed Eric Cantona. "Di Platini conservo ancora il contratto firmato. Era tutto fatto. Poi però le cose andarono per le lunghe e alla fine la cosa sfumò. Per Falcao arrivai a Roma in segreto, non presi aereo né treno, ma mi feci prestare una macchina da un amico. Attraverso strade secondarie arrivai a casa di Falcao, dove la madre insisteva per il trasferimento. Poi ci fu un intervento politico (di Andreotti, ndr) che indusse il presidente Fraizzoli a soprassedere. Cantona invece lo incontrai a Montecarlo: era un gran giocatore dal forte carisma. Ha ragione Moratti: ci avrebbe portato sicuramente qualche successo prima".

Del periodo da giocatore si è detto un po' tutto. Alcune cose però vale la pena ripercorrerle, come l'inaspettato scudetto del '71. "Heriberto Herrera aveva problemi di comunicazione, non parlava italiano, spesso ero io a tradurre dal suo spagnolo". Dopo quattro giornate con soli 4 punti, l'Inter liquidò HH2 per affidare la squadra a Giovanni Invernizzi, un allenatore che ebbe una carriera molto fugace, con squadre di scarso livello dopo l'Inter come Tarnato, Brindisi e Piacenza. "Invernizzi fu molto bravo a rimotivare il gruppo. Ci disse: 'Ragazzi, ricominciamo tutto da capo. Arrivò così uno scudetto sorprendente".

Sul finire dei Sessanta, Sandrino era stato tentato dal trasloco alla Juventus. "Tutte le volte che mi vedeva, Giampiero Boniperti mi parlava sempre di mio padre di cui era la riserva in Nazionale: non dovrei dirlo io che sono juventino, ma era veramente un fuoriclasse. Poi aggiungeva: dài, vieni alla Juventus, andiamo a parlare con l'Avvocato. Così andammo da Agnelli che mi propose il doppio dello stipendio dell'Inter più una concessionaria Fiat e un'agenzia Sai a Milano. Ci pensai su: 'Quando è morto mio padre, solo l'Inter mi è stata vicina e ho un debito di riconoscenza', fu quindi la mia risposta".

Dei suoi compagni della Grande Inter ricorda soprattutto Suarez. "Luisito è stato il più grande con il quale ho giocato. Oltre ad essere fortissimo, era un esempio per spirito di sacrificio. Ricordo quando incontrammo il Real Madrid in finale di Coppa Campioni. Rimasi incantato a vedere Di Stefano, che fino a quel giorno avevo ammirato solo alla Tv del bar dove ordinavo una spuma per guardare qualche partita. Luisito mi scosse e disse: 'Noi andiamo a giocare la finale, tu che fai, resti qui a vedere Alfredo?'. Disse proprio così, Alfredo, neanche Di Stefano. Lui del resto lo conosceva bene".

La Grande Inter aveva un tratto in comune con la squadra di quest'anno. Le tante vittorie per 1-0. Sette fino ad ora quelle attuali, dieci quelle tra Campionato e Coppe dell'Inter 1964-65 di Helenio Herrera. "E' una cosa alla quale ho pensato anch'io. Le due squadre hanno in comune la capacità di soffrire e una volta raggiunto il gol di saperlo difendere. Anche se noi giocavamo un po' più indietro di oggi, una volta in vantaggio. Sinceramente non vedo analogie tra il Mancio e HH. Il Mago era un precursore, faceva fare le cose in velocità, basta allenamenti estenuanti con lunghi preamboli di atletica, subito il pallone, ma esercizi rapidi. E poi diceva sempre, io alleno prima la testa e poi i piedi. Mourinho alla fine è un figlio di Herrera". 

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