Mio padre, Beppe Viola

Il grande giornalista, scrittore e paroliere, raccontato in un libro dalla figlia Marina tra aneddoti a volte paradossali e umanissime lezioni di vita

La foto di copertina del libro è quella che la figlia Marina, residente da anni negli Stati Uniti, tiene da sempre sul suo comodino. (Credits: Feltrinelli)

Paolo Corio

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"Questo non è un libro su Beppe Viola. Su Beppe Viola ha scritto chi lo conosceva, chi aveva qualcosa da dire, chi, dopo la sua morte, ha sentito l'urgenza di analizzare il suo stile, il suo linguaggio, il suo lavoro. Lascio a chi è competente questo ruolo. Questo è un libro su mio padre, morto sul lavoro a quarantadue anni, nel 1982, più di un quarto di secolo fa. Io avevo compiuto quattordici anni da tre mesi, un'età in cui si ha bisogno dei genitori, anche se lo si capisce più tardi, talvolta troppo tardi". Le prime righe non lasciano dubbi sulle finalità che hanno mosso Marina, seconda delle quattro figlie dell'indimenticato giornalista sportivo, nonché scrittore e autore di testi di tante canzoni di successo, a seguire le orme del genitore e firmare "Mio padre è stato anche Beppe Viola" (Feltrinelli, 14 euro), appena arrivato in libreria. Anche se poi, nel leggere le sue avventure familiari, si finisce spesso per ritrovare il Beppe Viola pubblico: "Il fatto è che nulla di lui era costruito", replica Marina Viola: "il personaggio pubblico era di fatto l'uomo che riempiva con la sua presenza e il suo vocione anche casa nostra. Il mio obiettivo è però appunto quello di fissare l'attenzione più sul marito e sul papà che sul giornalista".

Che padre era Beppe Viola?
"Come immaginabile, per nulla severo. Però questo non significa che non ci imponesse delle regole: per lui erano ad esempio intollerabili le bugie. L'integrità morale era una cosa imprescindibile, così come il corretto uso della lingua italiana: aveva istituito delle multe in caso di nostri strafalcioni, che salivano in lire a seconda della gravità di quanto detto…".

Non era nemmeno apprensivo, visto alcuni aneddoti raccontati nel libro, con lei o le sue sorelle invitate a tornare a casa da sole da qualche remoto angolo di Milano con il solo conforto di un gettone per chiamarlo in caso di difficoltà…
"Per quelli che amano il Beppe Viola giornalista sportivo, l'episodio più curioso fu senz'altro quello di mia sorella Anna, che a 6 anni - dietro sua specifica richiesta - venne portata a vedere una partita a San Siro: quando chiese in che squadra giocava quello tutto vestito di nero, fu immediatamente scortata ai cancelli dello stadio da mio padre, che le indicò la direzione per arrivare alla metropolitana e tornare a casa… Certo erano atteggiamenti "sui generis", ma sta di fatto che ci hanno aiutate a cavarcela e a imparare a prenderci le nostre responsabilità".

Quale episodio le ha fatto particolarmente piacere "rivivere" con la scrittura?
"Quando mi chiamò e mi disse di prendere il taxi e raggiungerlo subito in Rai perché stava per registrare una trasmissione con Umberto Tozzi, che allora era il mio idolo. Furono due giorni indimenticabili, perché conobbi Tozzi ma anche e soprattutto perché rimasi due giorni interi con mio papà".

Un ricordo invece che conserva in comune con le sue sorelle?
"Quello presente nelle 'fotografie' che chiudono il libro: la 'banda dei dolci' che avevamo istituito giurando su un Vangelo dalla copertina color amaranto e che prevedeva l'acquisto di dolci al vicino Motta per poi nasconderli nell'armadietto delle scarpe e mangiarli senza che mia madre lo sapesse. Una cosa banale, ma che mio padre - con il suo spirito da bambino - aveva saputo trasformare nell'ennesima incredibile avventura, a dispetto anche del fatto che tutti i dolci sapevano poi di lucido".

Lato fanciullesco a parte, quali altre qualità ricorda dell'assoluto protagonista del suo libro?
"L'ironia dissacrante, che lo caratterizzava pure in casa, insieme con la sua onestà e la serietà sul lavoro. Poi quel darsi senza remore a dispetto delle sue frequenti assenze: quando c'era, ti faceva sentire completamente al centro della sua attenzione. Il che valeva con la famiglia come con tutti i suoi amici, con cui era generoso nel senso più disinteressato del termine: è questa a mio avviso la dote per cui ha lasciato il segno in tutti quelli che l'hanno conosciuto. Avrei però un'osservazione su chi sia il vero protagonista del libro…".

Prego, è lei l'autrice!
"Il fatto è che, rileggendolo, mi sono accorta che la protagonista principale è mia madre Franca, eccezionale nel tenere testa a un personaggio simile facendo contemporaneamente crescere noi quattro figlie".

Una domanda al proposito: lei ha un blog  in cui usa uno stile molto diretto e senza schermi protettivi, lo stesso del libro. Non ha avuto alcuna ritrosia nel rendere pubblici i vostri "affari di famiglia", per quanto figlia di un dissacratore qual era appunto Beppe Viola?
"Mi sono interrogata a lungo sulla cosa, ma ho poi appunto deciso di mantenere il mio stile diretto. Tra l'altro, quando un paio d'anni fa ho deciso di iniziare a lavorarci, oltre che chiedere informazioni agli amici di mio padre per avere conferma di alcuni episodi e per raccogliere altre utili informazioni, ho ovviamente coinvolto anche mia madre e le mie sorelle, che mi hanno supportato con grande entusiasmo. Certo, ciascuna di noi ha ricordi diversi, ma il libro è stato apprezzato da tutte le donne di famiglia. Tra l'altro, non c'è davvero nulla che non potesse essere rivelato al pubblico".

Il fatto che l'anno scorso corresse il trentennale della morte ha in qualche modo influito sulla sua decisione di pubblicare il suo libro proprio ora?
"Certo l'anniversario ha riaperto tanti ricordi, ma - come scrivo appunto nel primo capitolo - l'idea di raccontare Beppe Viola come padre erà lì che continuava a girarmi dentro e prima o poi doveva uscire. L'ha fatto trent'anni dopo la sua morte, appunto".

E trent'anni dopo, a suo avviso, come si sarebbe trovato Beppe Viola in questa Milano?
"Non ne ho proprio idea. Però suppongo che si sarebbe adattato, trovando comunque i suoi spazi: un'altra dote eccezionale di mio padre era infatti l'arrangiarsi con i mezzi che aveva, riuscendo sempre a proporre qualcosa di sorprendente. Colpi di genio che - voglio ricordarlo - arrivavano però sempre da una grande etica del lavoro e da una profonda umanità".

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