Maratona di New York: ho vinto io
Maratona di New York: ho vinto io
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Maratona di New York: ho vinto io

La giornalista di Studio Aperto Laura Piva racconta il giorno della gara e il taglio del traguardo che la rende una delle finisher

di Laura Piva

Le notizie sono due: ho corso la Maratona di New York e l'ho finita. ( Per i runners, che se lo stanno sicuramente chiedendo,  ci ho messo 4 ore 38 minuti e 43 secondi). Grazie a questo sono diventata ufficialmente una "finisher", e come tutti i "finisher" non smetto di guardare la medaglia che mi hanno messo al collo alla fine di un'esperienza  che non dimenticherò mai. Non dimenticherò la paura di non farcela  che, insieme con il fuso, mi ha fatto svegliare alle 3 del mattino; ma anche la voglia di correre che mi è esplosa dentro appena ho messo piede sulla linea di partenza, insieme alla pelle d'oca per l'inno americano che riecheggiava ai piedi del ponte di Verrazzano, la porta d'ingresso del mio sogno.

E quando ho mosso i primi passi insieme a quelli di altre 50mila persone, mi è sembrato davvero di volare. Il primo ricordo è il freddo del vento,
così forte da strappare quasi il pettorale; il secondo è il  boato della folla, assiepata alla fine del ponte: quello era caldo, caldissimo, ed è
impossibile immaginarselo finché non ti piomba addosso come un meraviglioso abbraccio. "Alla maratona di New York non si ritira nessuno"- ti racconta chi l'ha già fatta, e ora so perché. Perché per un giorno la Grande Mela e' ai tuoi piedi, pronta a sollevarti ogni volta che cadi, a spingerti quando credi di non farcela, a farti sentire, almeno per un giorno, figlio e non straniero. E proprio  come farebbe una mamma, i newyorkesi ti prendono per mano, ti ripetono che sei grande, e se te lo sei scritto sulla maglietta urlano a squarciagola il tuo nome. Sulla mia c'era scritto Italia e non c'è stato un metro senza che il nome del mio Paese non mi risuonasse nelle orecchie. " Italia go", mi hanno ripetuto centinaia di volte,  e ancora "viva Italia, good job" e io  ogni volta mi sono sentita orgogliosa di poter rispondere a tutti con un sorriso, battendo il cinque a chi me lo chiedeva,  soprattutto quando riconoscevo l'accento e lo sguardo di un italiano d'America dietro quelle parole.

E' vero, la maratona è chiedere al tuo corpo uno sforzo enorme, è chiedere ai tuoi muscoli, seppur allenati da mesi, di correre una distanza
mai corsa prima - i miei, per colpa di un infortunio che ha compromesso irrimediabilmente  la preparazione , hanno cominciato a pugnalarmi a suon di crampi dal 25esimo chilometro - è vero che il Queensboro Bridge sembra più ripido dell' Everest e la Firts Avenue non finisce mai, e anche che Central Park non arriva mai e tutte quelle salite nella seconda parte del percorso ti fanno rimpiangere di non aver scelto gli scacchi come sport invece della corsa, ma questo è solo il prezzo da pagare per vivere un'esperienza che ti cambia per sempre. Domenica  ho imparato che la maratona non si corre solo con le gambe ma anche con la testa, ed è grazie alla mia testa se ho tagliato il traguardo senza smettere di correre, anche quando le gambe si sono arrese e fermarsi o almeno camminare sarebbe stata la cosa più normale. Ci sono riuscita perché, per mia fortuna, la mia mente ha scelto di non avere paura.

Dalla partenza all'arrivo mi sono guardata attorno stupita e grata di poter essere lì, in mezzo a quella festa, di cui ogni singolo runner è protagonista, e quando ho cominciato a sentire il dolore ho stretto i denti e ho pensato che la cosa importante fosse godermi fino in fondo quella festa. Il cronometro, da quel momento, e' diventato un alleato e non un nemico, pronto a dirmi solo che un altro chilometro era passato e non in quanto tempo lo avevo fatto,  e la paura ha lasciato il posto al coraggio. All'improvviso sapevo che ce l'avrei fatta. E quando finalmente ho varcato la soglia di Central Park, colorato di un autunno di foglie meravigliose, ho accelerato e mi sono tuffata negli ultimi chilometri della mia prima maratona con tutta la forza di chi sente il suo sogno a portata di mano.

Il mio era li' e io l'ho preso in 4 ore 38 minuti e 43 secondi.
Ho corso per 42 km con il sorriso stampato sulla faccia,  ma una volta tagliato il traguardo ho pianto. Ed e' stato bellissimo.

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