Mara Borella, campionessa di arti marziali.. “in gabbia”
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Mara Borella, campionessa di arti marziali.. “in gabbia”
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Mara Borella, campionessa di arti marziali.. “in gabbia”

La numero uno al Mondo racconta la sua vita di donna e lottatrice

Calci, pugni, gomitate e ginocchiate, quello che serve per mandare KO l’avversario. Mettete il tutto su un tatami, racchiuso in una gabbia di 8 metri per 8, e benvenuti nel mondo di Maria Chiara, detta Mara, Borella, campionessa del mondo di Arti Marziali Miste, la disciplina che unisce le tecniche più efficaci (e più dure) di ogni singola arte marziale. Un tempo le MMA (Mixed Martial Arts) erano chiamate “combattimento libero” – e in effetti lo erano – ma poi con la nascita della federazione sono state inserite regole e colpi proibiti per salvaguardare la salute degli atleti. 

Resta il fatto che fa una certa impressione vedere una bella ragazza come Mara indossare i guantini e paradenti per poi scagliarsi con ferocia verso le sue colleghe. Eppure, dice lei, in quei tre round (da 5 minuti ciascuno) passati in gabbia si può trovare, e provare, qualcosa di diverso da tutti gli altri sport.

Mara, ci spieghi come ti è venuto in mente di praticare le MMA?

“All’età di tre anni ho iniziato a praticare judo, come fosse uno sport qualsiasi. Per i primi tempi è stato un gioco, poi piano piano è diventato il mio principale impegno, finché due anni fa ho conosciuto le arti marziali miste..”. 

E così sei diventata campionessa del Mondo…

“Non è stato proprio così semplice (ride, ndr). Arrivando dal Judo (in cui Mara è cintura nera, ndr) ero più forte nelle mosse a terra, come leve e strozzamenti, ma non avevo l’equilibrio per tirare un pugno. Devo dire che i miei allenatori, in particolare il mio coach Gigi, sono stati davvero bravi, e pazienti, nel credere in me e lavorare giorno per giorno..”. 

Hai parlato di “strozzamenti”?

“So che detto così può sembrare uno sport cruento ma nei suoi venti anni di vita l’MMA è cambiato tanto e sono subentrate regole che ne disciplinano i colpi”.

Per esempio?

“Quando è nata, vent’anni fa in Brasile, la disciplina veniva chiamata “vale tudo” proprio perché non c’erano regole e si potevano tirare calci in faccia, gomitate, testate. Oggi invece ci sono colpi proibiti, esistono una federazione americana (la UFC) e italiana, la FIKBMS, e c’è un giudice che controlla e assegna un punteggio in base ai colpi andati a segno”. 

Pero qualche rischio per la salute c’è ancora, giusto?

“Fa tutto parte del gioco. E’ logico che essendo protetti solo da un paio di guantini e da un paradenti in bocca i rischi ci siano: da un occhio nero a una rottura del ginocchio, o di un gomito. Ciò che fa la differenza è saper usare la testa. Essere lucidi per sentire il match ed ascoltare il coach per rimanere lontano dai pericoli”.

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Mara Borella (in bianco) colpisce l'avversaria finita a terra. (Credits: SFC).

A questo punto una domanda spontanea. Perché lo fai?

“Perché è una disciplina che richiede un elevato livello di concentrazione, e che per questo è capace di aprirti la mente. Quando sali sul tatami vedi solo il tuo avversario, e non fa differenza se è un uomo o una donna (Mara gareggia con donne di pari categoria, ma spesso si allena con ragazzi di pari peso, ndr). Da questo punto di vista vedo molta meno discriminazione rispetto ad altri sport”.

Non è difficie per una donna molto legata al suo aspetto fisico possa avvicinarsi a questo sport?

“Personalmente penso che anche un occhio nero possa essere portato con femminilità, e se è vero che in gabbia mi trasformo fuori dalla palestra sono una ragazza che ama curarsi, con orecchini, smalto e via dicendo”.

Il tuo sogno nel cassetto?

“Vorrei aprire una palestra e dedicare la mia vita all’insegnamento delle arti marziali, soprattutto ai bambini”.

Cosa diresti a un genitore preoccupato per l’incolumità del proprio bimbo?

“Che se praticate nel modo corretto le arti marziali possono essere uno sport straordinario, in cui si imparano disciplina e concentrazione, ma anche il rispetto dell’avversario. Oggi di quali altri sport si può dire la stessa cosa?”.

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Una foto di Mara "in borghese", al di fuori del tatami. (Credits: SFC)


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