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Lance Armstrong, Alex Schwazer e uno sceriffo di nome Travis Tygart

Le vicende dei due campioni sono antitetiche ma l’origine delle loro sfortune ha lo stesso nome, quello del capo dell’Usada, la potentissima agenzia antidoping statunitense

Lance Armstrong al Tour de France 2004

Villard-de Lans, 20 luglio 2004. Lance Armstrong vince la 15esima tappa del Tour de France davanti all'italiano Ivan Basso – Credits: (Epa)

Alla fine rimani solo, a fare i conti con le accuse, con la disillusione dei molti (“Hai visto, si dopava anche lui... Si dopano tutti”) e la fiducia residua dei pochi. Con quel momento che separa un “prima” costellato di fama, successo e soldi da un indefinibile “dopo” dove sarai costretto ad affrontare fantasmi di ogni tipo.

Ieri è toccato ad Alex Schwazer, il nostro marciatore di punta fermato alla vigilia dei Giochi londinesi da una positività all’Epo che ha avuto la dignità di ammettere subito, preferendo il pianto liberatorio alle ipotesi di complotto e al tunnel delle controanalisi. Oggi è la volta di Lance Armstrong, campione di tutt’altra caratura più avvezzo all’aura della leggenda che ai trafiletti di cronaca.

Le vicende dei due sono incredibilmente antitetiche. Da una parte lo schivo altoatesino, atleta di successo per caso e controvoglia, costretto al crepuscolo anticipato della sua carriera sportiva da un’ansia di prestazione senza senso apparente. Dall’altra una macchina da guerra costruita per vincere, un personaggio quasi hollywoodiano tanto pare tagliato con l’accetta e  capace di dividere l’opinione pubblica.

Le vicende dei due sono incredibilmente antitetiche, dicevamo. Ma l’origine delle loro sfortune ha lo stesso nome. Si chiama Travis Tygart e dal 2007 è a capo dell’Usada, la potentissima agenzia antidoping statunitense. Quella che negli anni Novanta aveva già spedito all’inferno Marion Jones, decine di giocatori di football e avvelenato gli ultimi anni agonistici di un mito come Carl Lewis.

E che dopo l’arrivo di Tygart si è ritagliata un ruolo ancora più duro e inflessibile nella lotta al doping sportivo. Basta scorrere l’elenco dei soprannomi affibbiati a Tygart da giornali e blog all’altro capo dell’Oceano, più lungo e sinistro di quello che precede la presentazione sul ring di Apollo Creed in Rocky IV: lo sceriffo, l’inquisitore, mr. Over-The-Law.

Ma il migliore di tutti è Elliott III, Elliott il terzo. Vale a dire l’erede immaginario di Elliott Ness, l’implacabile capo della task force fiscale dell’Fbi che incastrò Al Capone (Gli Intoccabili l’avete visto tutti, no?) e di Elliot Spitzer, il superprocuratore di New York che incriminò per impeachment Bill Clinton. Giusto per chiarire che il personaggio non guarda in faccia a nessuno.

Nel 2009 Tygart ha fatto chiudere Balco, laboratorio sportivo californiano al quale si rivolgevano per i loro aiutini pre-gara decine di olimpionici a stelle e strisce, e oggi vorrebbe mettere sotto inchiesta uno dei suoi ex titolari che, tra l’altro, ha tra i suoi clienti il velocista giamaicano e trimedagliato Usain Bolt. Ma da anni la sua ossessione è Lance Armstrong.

Al centro delle accuse dell’Usada nei confronti del campionissimo c’è il medico Michele Ferrari, e proprio dalle propaggini di quell’inchiesta è scaturito il rinnovato interesse degli investigatori italiani per le frequentazioni nostrane del “dottor Mito”, come lo chiamano gli adepti. Lo stesso che, fino al 2011, ha seguito anche Alex Schwazer.

In sostanza Armstrong è accusato di aver assunto sostanze dopanti, con l’aiuto di altri quattro tesserati della USPS, la sua ex squadra, e dello stesso Ferrari, sin dal 1995. In tanti anni di carriera, anzi in due carriere distinte (i grandi trionfi, tre anni di ritiro, poi il ritorno e infine l'addio vero e proprio), Armstrong non è stato mai trovato positivo ad un solo controllo antidoping.

Neppure uno, in centinaia di test. Si è però sempre rifiutato di fornire prove evidenti per contrastare vecchie accuse, talvolta vecchissime: per esempio quei campioni d'urina risalenti addirittura al 1999, conservati chissà come e chissà dove, alla stregua di un Bordeaux pregiato. Una smoking gun dalle origini incerte, quasi una replica in sedicesimo di quell’abito da sera macchiato di sperma, estratto dal guardaroba di Monica Levinsky al momento giusto.

Non basta. Perché per il sette volte vincitore del Tour ci sono anche le accuse di evasione fiscale e quelle di aver fatto uso di testosterone, corticosteroidi e trasfusioni oltre che di agenti mascheranti, fornendo gli stessi prodotti ad altri. Le accuse erano state formalizzate lo scorso 29 giugno e dall'agenzia antidoping statunitense era stata data l'opportunità al 40enne ex corridore di difendersi davanti a un collegio arbitrale.

Armstrong, che si è sempre proclamato innocente, ha provato a bloccare l’istruttoria ritenendo che violasse i diritti costituzionali sul giusto processo e che l'Usada non avesse giurisdizione sulle accuse di utilizzo di sostanze dopanti. Ma il ricorso dei suoi legali è stato bocciato per due volte, da qui l'annuncio choc dell'ex ciclista di Austin di alzare bandiera bianca. "Arriva nella vita di ogni uomo un momento in cui bisogna dire che quando e' troppo e' troppo e per me questo momento e' arrivato", le parole di Armstrong, che in uno stringatissimo comunicato arrivato nella notte ha annunciato di non voler più contestare le accuse mosse contro di lui.

Dall'agenzia antidoping statunitense hanno fatto sapere che, in assenza di contraddittorio, per Armstrong scatterà automaticamente la squalifica a vita con la conseguente perdita dei titoli vinti, comprese le sette vittorie al Tour de France e i successi al Criterium del Delfinato (2002 e 2003) e al Giro di Svizzera (2001). Per l'agenzia antidoping statunitense non ci sono dubbi sul fatto che Armstrong facesse un uso sistematico di sostanze proibite.

Tygart cita le testimonianze di numerosi corridori, che sarebbero stati spinti o aiutati dallo stesso texano a fare altrettanto, e 38 campioni di sangue “compatibili” con le manipolazioni a base di Epo, compresa una provetta risalente al Giro di Svizzera 2001 i cui test sarebbero stati “coperti” dalla federazione ciclistica internazionale, allarmata dal rischio di perdere il suo frontman presso pubblico e sponsor.

Perché nel corso della sua “prima vita” Lance Armstrong è stato soprattutto questo: un’icona, di certo non solo sportiva.

Americano fino al midollo, governato da un super-ego militare, mosso da una feroce determinazione, atleta cannibale, incapace di concepire la sconfitta: uno che dopo aver vinto tutto sulle due ruote si è dato al triathlon, la disciplina più dura in assoluto. Questo è ciò che tutti, detrattori e ammiratori, nemici e amici, gli riconoscono, e ce ne sarebbe già abbastanza.

Ora provate ad aggiungere al menù un’infanzia terribile: figlio di ragazza madre con un padre datosi alla macchia e un patrigno che lo prendeva a bastonate, pochi soldi in tasca, a scuola così così. Aggiungeteci un cancro ai testicoli, sconfitto a 25 anni e liquidato così: “Quel bastardo doveva aver sbagliato corpo”. Aggiungeteci, per finire, una vita sentimentale movimentatissima: due matrimoni, cinque figli (con lucidità inaudita congelò il suo seme pochi minuti dopo la diagnosi del tumore che ne avrebbe compromesso la fertitlità), flirt a ripetizione con celebrities e stelline varie.

Ecco perché non stupisce che, pur condividendo le stesse origini della caduta  – il doping, i consigli di Ferrari –  e lo stesso epilogo della vicenda di Alex Schwazer, Armstrong non abbia pianto tutte le sue lacrime o chiesto perdono, ma ha reagito alle accuse con rabbia. Rabbia pura. La stessa che scaricava lasciando gli avversari al palo sul colle d’Izoard, nei polpacci ancora le scorie farmacologiche della chemioterapia che sollevarono più di un sospetto.

Sospetti ricordati anche all’atto del congedo: "È dal 1999 che ho a che fare con accuse di ogni genere. E negli ultimi tre anni sono stato oggetto di un'indagine federale cui ha fatto seguito questa caccia alle streghe portata avanti da Tygart e dal suo staff. Ma io so chi ha vinto quei sette Tour de France, lo sanno i miei compagni e i miei avversari. Abbiamo corso tutti assieme, per tre settimane sulle stesse strade, sulle stesse montagne, contro le stesse avverse condizioni atmosferiche. Non c'erano scorciatoie o trattamenti speciali, era la prova più dura al mondo dove vince il più forte. E nessuno potrà mai cambiare questo, nemmeno Tygart”.

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