Lo scudetto di Antonio Conte

Sul successo della Juventus "comunista", la mano dell'allenatore - tutto sullo scudetto bianconero -

L'allenatore della Juventus, Antonio Conte (Credits: ANSA/DI MARCO)

Carlo Genta

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“Antonio Conte è un fenomeno”. Non crediamo proprio che il comandante Pirlo avesse voglia o bisogno di dare una leccata al suo allenatore, con queste parole dolci.

Magari chi vuole può anche credergli. Al di là dell’abuso, che nel calcio è costante, della definizione di fenomeno, di sicuro questa Juventus bi-scudettata è di Conte. Nell’anima e nel gioco, nelle scelte e nelle gerarchie ordinate in modo perentorio, senza guardare in faccia a nessuno. E senza che nessuno, grosso modo, abbia avuto il cuore di sollevare contestazioni o fare facce strane. Almeno in pubblico.

C’è una differenza elementare tra questo scudetto e quell’altro. Mentre nel primo caso la Juventus fu l’underdog in grado di sfilare con una continuità pazzesca il titolo allo stafavorito Milan di Ibra, in questa stagione si portava addosso un solare pronostico a suo favore e doveva girare sui campi d’Europa, con ambizioni e voglie che man mano crescevano fino allo schianto sulla montagna rossa di Monaco.

Raccontiamocela giusta: il campionato non è mai stato minimamente in discussione, nemmeno quando il Napoli è arrivato a un tiro di schioppo, capitalizzando il duro richiamo di preparazione che Conte ha ordinato nelle vacanze natalizie. Poi progressivamente la Signora è tornata a volare, mettendo definitivamente le cose in chiaro nel confronto diretto del San Paolo.

Per molte ragioni, comprese quelle emotive, la Juve lo scudetto l’ha vinto quella sera, quasi inevitabilmente.

Sono anni che sentiamo lo stucchevole ritornello della voglia di un top player da far sposare alla Signora. Conte ha giocato anche con questo, costruendo una cooperativa del gol: una squadra molto “comunista” in cui il patrimonio dei tre punti era di tutti e a ogni giro toccava a qualcuno di diverso diventare l’hombre del partido.

Già nel campionato scorso, specie nel girone di andata, Marchisio e Pepe segnarono grappoli di reti. In questa stagione – leggetevi la classifica marcatori – la distribuzione è stata ancor più evidente e spalmata, complici gli acciacchi e l’incostanza della stella di Vucinic. Di recente tocca al guerrigliero Vidal l’opera dell’incursione, che ne ha fatto pure salire il valore di mercato a cifre al momento non quantificabili. Ma c’è stato il momento di Matri, quello di Quagliarella, perfino qualche spot in zona gol di una difesa che ne becca
pochissimi, anche perché ha davanti le forche caudine del centrocampo.

Giovinco meno. Tanto (forse troppo?) campo per lui e la scoperta che essere protagonisti e determinanti con quella maglietta così diversa dalle altre e così pesante, non è un gioco da ragazzi.

Ora, dopo la festa delle bandiere e le solite pallosissime dispute sulla conta degli scudetti, la Juventus andrà rinfrescata. E si tornerà a ballare la danza del top player, come già si sta facendo sul ritornello di Ibrahimovic (secondo noi falsa pista). La verità è che
la Juve avrebbe bisogno di una iniezione importante per reparto (Verratti sì potrebbe essere una grande idea per il centrocampo). Questo per motivi anagrafici e fisiologici.

Servono freschezza e talento, perché le battaglie consumano velocemente e per fare altri passi, magari non ancora decisivi, verso l’Everest dalle grandi orecchie, il monte sacro della Champions su cui abitano i giganti. C’è chi è più ricco, chi sarà ancora più forte.
Ma il Borussia Dortmund dell’attore Klopp, dimostra in modo plateale che nel calcio, gioco bizzarro e spesso ingiusto (pensate che il Palermo finirà per salvarsi, quando non c’è squadra che merita di più la retrocessione), tutto può succedere. Quasi come nella vita.

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