Jerry Buss, l'uomo che cambiò l'NBA

E' morto il proprietario dei Lakers, la squadra di Magic e Kobe, che ha portato il basket Usa in tutto il mondo

Jerry Buss vicino a Kobe Bryant dopo aver conquistato un titolo NBA con i suoi Lakers (Credits: Lisa Blumenfeld/Getty Images)

Valentina Martelli

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Era il 1979 quando Jerry Buss, professore di chimica con il senso degli affari immobiliari e un trascorso di povertà, comprava per 67 milioni e mezzo di dollari, un pacchetto che comprendeva due squadre, un palazzetto dello sport ed un ranch di 6 mila ettari. Le squadre rappresentavano Los Angeles, in due diversi sport. Una nell’hockey, gli LA Kings, l’altra di pallacanestro, i Los Angeles Lakers. Iniziava cosi un’era durata 33 anni e destinata a cambiare per sempre la NBA.

Buss, infatti, non voleva, solo costruire una squadra campione, voleva rivoluzionare il mondo del basket americano.

Fu lui il mattatore dietro lo "Showtime". L'uomo che vinse 10 dei 16 campionati NBA Lakers, firmando alcuni tra i più grandi giocatori di sempre, da Magic Johnson a Kareem Abdul-Jabbar, da Shaquille O'Neal a Kobe Bryant. Quello che trasformò i Lakers in un business, dal valore oggi, secondo la rivista Forbes, di oltre 1 miliardo di dollari.

"Ho cercato di creare un'immagine Laker, una precisa identità", aveva dichiarato una volta. "Penso di aver avuto successo. Voglio dire, i Lakers sono dannatamente Hollywood".

Per riuscirci appena acquistata la squadra, Buss aveva iniziato a regalare alle stelle del cinema, biglietti bordo campo. Aveva assunto belle ragazze per intrattenere il pubblico ballando, durante i time-out e incoraggiato un basket veloce, esuberante, investendo miliardi in giocatori stellari.

Ma l’uomo che non mancava mai di esclamare “I love winning” – amo vincere - ha perso la sua battaglia più dura, quella contro un cancro che cercava di sconfiggere da 18 mesi. E se, spesso, in queste circostanze, verrebbe da sussurrare “Ora si trova in un posto migliore”, forse, nel caso di Buss, non è interamente vero. Perché Jerry si trovava sempre in un “posto migliore”. Che si trattasse di feste (quali altri “patron” venivano onorati nella Playboy Mansion di Hugh Hefner), di luoghi dai quali vedere le finali play off (guardò quelle 2000, nella sua villa in Sud California e quelle successive dalle Hawaii), o di posti dai quali affrontare le crisi. Quando, nell’estate 2004, la squadra si stava sgretolando, con l'allenatore di basket più grande di tutti i tempi, Phil Jackson, pronto a ritirarsi e il centro più forte, Shaquille O’Neal inviato a Miami, Buss si trovava in Italia, da dove commentava, "La pasta è ottima e il vino scorre liberamente”.

Nato povero, a Salt Lake City, nell’America negli anni Trenta post Depressione, Jerry aveva iniziato a lavorare bambino, aiutando il patrigno, che spesso aveva definito “molto avaro” e facendo lavori umili nelle ferrovie, negli alberghi, scavando fossi al freddo o eseguendo riparazioni. Non aveva mai amato la scuola ma, incoraggiato da un’insegnante di scienze aveva deciso di dedicarcisi abbastanza da guadagnare una borsa di studio e una volta trasferitosi giovanissimo, con la moglie, in sud California, ottenere il dottorato. Motivo di grande orgoglio per lui, tanto che i dipendenti Lakers lo chiamavano sempre “Dr. Buss”. Assunto nel 1958 dalla Douglas Aircraft CO, parte di un gruppo nato per sviluppare carburante per razzi e altro materiale riservato decise, assieme al collega Frank Mariani, di arrotondare nel settore immobiliare. Comprarono, per poche migliaia di dollari, una palazzina di 14 unità a West Hollywood che rinnovarono da soli e vendettero a breve. Poi ne arrivò una seconda. In poco tempo i due erano miliardari e pronti per una nuova sfida nel mondo dello sport.

A quel tempo la NBA - lo "sport degli anni '70" - era caduto nel dimenticatoio. Diverse squadre erano sull'orlo del fallimento, la CBS trasmetteva le partite finali registrate anziché in diretta e le segnalazioni di consumo di droga dilagante tra i giocatori ,aumentavano. Ma per Buss i Lakers erano un “gioiello in un contenitore per carbone” – raccontava. A sette anni di distanza dal loro ultimo titolo avevano un centro dominante in Kareem Abdul Jabbar e stavano per selezionare un effervescente Johnson dal Michigan State, durante il draft NBA 1979.

Buss aggiunge qualcosa al mix: una nuova visione per il futuro.

E se i Lakers rimangono una squadra a “conduzione familiare” (gli succedono i figli, Jim e Jeanie, la compagna di Phil Jackson), una delle poche nella NBA, in molti si chiedono cosa accadrà ora che il patriarca e la sua visione singolare non ci saranno più.

Con questi dubbi e molta tristezza i Lakers salutano l’uomo che mise Pat Riley in panchina e Magic Johnson in campo vincendo nel 1980, 1982, 1985, 1987 e 1988. Che scelse di far guidare i suoi Lakers, da Phil Jackson portando la squadra al titolo nuovamente nel 2000, 2001, 2002 e poi nel 2009 e 2010.  Già i suoi Lakers, quelli che a volte lo “…commuovevano come dei figli”, proprio come Kobe Bryant, che aveva scelto quando ancora adolescente, frequentava la scuola superiore. Jerry sapeva che avrebbe fatto la differenza. Lo sapeva sempre.

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