India fuori dal Cio: troppo corrotta

Per gli atleti il divieto di partecipare ai Giochi è una 'mazzata'. Basterà per spingere il governo a cambiare le cose?

Olimpiadi: Cio sospende India

Claudia Astarita

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Nel giorno in cui Transparency International pubblica la sua consueta classifica della corruzione, l'India, oltre a ritrovarsi nella 94esima posizione (molto dopo la Cina, 80esima, e l'Italia, che retrocede pericolosamente alla 72esima), riceve un'altra pessima notizia: quella della sospensione dal Comitato Olimpico Internazionale per la "scarsa autonomia dello sport dalla politica". In sostanza: l'India è stata giudicata talmente corrotta da non meritare più di ricevere fondi dal Comitato, che ha altresì proibito ai dirigenti di partecipare a qualsiasi attività del movimento olimpico e, soprattutto, agli atleti di prendere parte ai Giochi.

Lo Statuto Olimpico indica tra i suoi principi fondamentali la pratica dello sport come diritto umano, e in particolare sottolinea che ogni individuo dovrebbe avere la possibilità di praticare sport, senza discriminazioni di alcun tipo e nell'ideologia dello spirito olimpico, che richiede comprensione reciproca in un contesto di amicizia, solidarietà e lealtà. Ma lo Statuto chiede ai paesi che vi aderiscono anche di fare in modo che tutto ciò che riguarda lo sport resti indipendente e svincolato da qualsiasi interesse politico. Una clausola, questa, che l'ordinamento sportivo indiano non ha mai voluto riconoscere e tutelare.

Quando, per l'ennesima volta, e in un paese in cui le inefficienze legate alla corruzione hanno raggiunto un livello inaccettabile, il governo di New Delhi ha voluto interferire nella rielezione del Presidente del Comitato Olimpico indiano "sostenendo" la candidatura di Abhey Singh Chautala, uno stretto collaboratore di Suresh Kalmadi, l'ex Presidente che ha già scontato nove mesi di carcere per episodi di corruzione legati alla gestione dell’ultima edizione dei Giochi del Commonwealth, ospitati dall'India nel 2010, il COI ha deciso di intervenire.

Per la stabilità del governo di Manmohan Singh, che da mesi sta cercando di recuperare credibilità in una nazione in cui viene quotidianamente attaccato proprio per non essere stato in grado di risolvere, o quanto meno attenuare, un'abitudine che rischia di compromettere per sempre l'avvenire della terza potenza economica asiatica, la decisione del COI rappresenta un altro durissimo colpo. Anche perché, a dispetto dell’imbarazzo che ha creato per la classe politica, la popolazione non l'ha accolta con rabbia e risentimento, ma come un segnale positivo.

Complice un tweet del mago della Carabina 10 metri Abhinav Bindra, unico atleta indiano ad aver vinto, a Pechino 2008, un titolo olimpico individuale, in cui il campione ha salutato la notizia con un "bye bye IOA, spero di rivederti presto e più pulito", tanti altri sportivi hanno commentato con amarezza con frasi come "alla fine, quello che già sapevamo sarebbe prima o poi successo è accaduto". Oppure "l’India non ha mai brillato nelle competizioni olimpiche, ma siamo stati sospesi proprio nell’anno in cui abbiamo permesso alla nazione di registrare la sua migliore performance". Non mancano però anche le opinioni fuori dal coro. Che non condannano la scelta del COI, ma sottolineano che l'India non è di certo l'unico paese a non applicare alla lettera i principi dello Statuto Olimpico. Quindi, pur sperando che questa sospensione dia al governo l'ennesima scossa per promuovere un cambiamento radicale nel nome della trasparenza, c'è chi lancia un appello al COI. In cui raccomanda di non smettere di monitorare ciò che succede, ad esempio, in Cina o in Brasile.

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