Hockey: Russia-Usa rimane più di una partita

Ai tempi della guerra fredda era un modo per certificare la propria supremazia non solo sul ghiaccio. E oggi pure, ma con una differenza...

Il team americano festeggia dopo un goal nella partita d'esordio contro la Slovacchia. – Credits: Ansa.

Mattia Ferraresi

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La sfida di hockey fra Stati Uniti e Unione Sovietica era l'ineguagliabile rappresentazione sportiva della Guerra fredda. I russi avevano una corazzata inarrestabile che solitamente faceva a pezzi non soltanto gli statunitensi ma pure i canadesi, che - allora come adesso - erano sempre i favoriti.

Ogni volta che i sovietici battevano l'America, e la cosa capitava di frequente, la macchina della propaganda sovietica si mobilitava per glorificare gli eroi con mazza e pattini che avevano umiliato una volta ancora l'acerrimo nemico. Com'è noto, nel 1980, alle Olimpiadi di Lake Placid, nello stato di New York, le cose andarono però diversamente, e un pugno di ragazzi del college (il capitano, il leggendario Mike Eruzione, a 25 anni era il più vecchio della spedizione) sconfissero incredibilmente la nazionale più forte del mondo, quella che nei vent'anni precedenti aveva battuto gli Stati Uniti 27 volte su 29 partite giocate. Ancora oggi negli States lo chiamano "Miracle on Ice", il miracolo sul ghiaccio, momento indimenticabile per tutti gli americani appassionati di hockey, incorniciato da uno strepitoso film con Kurt Russell nei panni dell'allenatore, Herb Brooks.

Oggi è tutto diverso, cioè è tutto uguale. La Guerra fredda non c'è più e i muri sono crollati, ma le frizioni non sono finite: la crisi in Siria governata da Mosca, la talpa Edward Snowden ricercata dagli americani e ospitata dai russi, le leggi antigay di Vladimir Putin che hanno convinto Barack Obama a non presentarsi ai Giochi invernali di Sochi. Se non è Guerra fredda poco ci manca, anche se Putin ieri è andato a stemperare le tensioni bevendosi un bicchiere di vino con i funzionari olimpici americani. E forse oggi sarà al palazzetto, lui che è un grande appassionato di sci ma negli ultimi anni si è avvicinato parecchio all'hockey.

Rimandi geopolitici a parte, le memorie di quel miracolo sul ghiaccio complicano la sfida di oggi fra Russia e America anche da un punto di vista strettamente sportivo: ognuna delle due squadre ha i propri fantasmi da scacciare e le proprie ossessioni con cui venire a patti. Per gli americani la sfida è anche e soprattutto contro la generazione che li ha preceduti, gli autori del miracolo, l'ultima squadra a vincere l'oro olimpico. Dopo quella volta più nulla, anche se la Nhl americana è nel frattempo diventata di gran lunga la lega più difficile e competitiva del mondo.

Per i russi il groviglio emotivo è ancora più intricato: si tratta di vendicare l'onore delle vecchie glorie dell'hockey sovietico umiliate dal nemico di sempre, e occorre farlo a maggior ragione davanti al pubblico di casa, nelle prime Olimpiadi invernali ospitate dalla Russia. Una vittoria non sarebbe un miracolo, ma certo farebbe godere parecchio. A costo di essere odiati dal pubblico che in campionato sostiene i campioni russi.

Perché questa è l'altra grande differenza rispetto al passato: ai tempi del “Miracle on Ice” tutti i giocatori russi giocavano nel campionato di casa, mentre ora la stragrande maggioranza gioca proprio negli Stati Uniti. Sono ragazzi che parlano inglese con l'accento americano. E qualcuno, come il capitano Alex Ovechkin, è persino l’idolo incontrastato dei Washington Capitals e ha anche una clausola del contratto in cui garantisce che non andrà mai a giocare in un club russo. Per quelli come lui, essere sul terreno di casa a giocarsi la possibilità di compiere un miracolo è un privilegio agrodolce.

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