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Giovanni Malagò: la vita spericolata del signore del Coni

Tre esami universitari falsificati. Un incidente stradale mortale. Una casa pagata in parte in nero (e in Svizzera). La prima biografia non autorizzata dell'uomo che oggi è a capo dello sport italiano

Sport:Coni-Istat,un terzo istituzioni non profit è sportivo

Giacomo Amadori

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Simone Di Meo

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Negli ambienti capitolini è soprannominato il «Grande Gatsby di Roma Nord», per le indimenticabili feste offerte nel suo palazzetto ai Parioli. Ma qualcun altro lo ha soprannominato «Megalò» per la guasconeria giovanile. Un tratto, che come racconteremo in questo articolo, ha tratteggiato la sua vita gaudente e spericolata. Caratterizzata da qualche inciampo poco edificante. Anche per questo Giovanni Malagò, Giovannino per gli amici, non può essere liquidato alla voce viveur. Certo il bel rampollo è stato un incallito festaiolo e gli sono stati attributi amori veri o presunti con bellezze quali Monica Bellucci, Carla Bruni, Anna Falchi e Martina Colombari. Persino un flirt con Asia Argento. Comunque, Malagò, conquiste a parte, è un uomo dalle mille relazioni e davanti a un estasiato biografo ricevette 19 sms in sei secondi. Una fitta rete che recentemente gli è costata un’iscrizione sul registro degli indagati (ma la Procura di Roma ha chiesto l’archiviazione), dopo che gli investigatori lo avevano intercettato mentre provava a cercare un posto di lavoro per il fidanzato della figlia presso un immobiliarista sotto inchiesta.

Malagò è arrivato ai vertici del Coni con la spinta del governo di Enrico Letta (lo sponsor sarebbe stato lo zio dell’allora premier, Gianni), ma ha trovato una solida sponda anche nel gabinetto di Matteo Renzi. «Megalò», pronipote dell’ex ministro dc Pietro Campilli e dell’ex governatore della Banca d’Italia Donato Menichella, è stato molto vicino a Gianni Agnelli e a Luca Cordero di Montezemolo, che ha sposato una storica collaboratrice dei Malagò, Ludovica Andreoni. Oggi, alla soglia dei 60 anni (è del 1959), ha uno stile di vita più morigerato rispetto a quando passava da un salotto all’altro, correva in auto (fece un drammatico incidente) e faceva pasticci all’università. Ma il 50 per cento del suo sangue resta cubano (la madre Livia Campilli è nata nei Caraibi) come ha puntualizzato Giovannino in una vecchia intervista. E forse per questo il governo pentaleghista gli ha fatto perdere le staffe: «Anche il fascismo aveva rispettato la storia del Coni» ha dichiarato. 

Dal Foro italico fanno sapere con orgoglio che, immediatamente dopo l’intemerata, il «presidente» avrebbe riferito di essere pronto a fare le valigie all’istante: «Se il problema sono io, firmo subito le dimissioni» avrebbe detto. Ma il sottosegretario Giancarlo Giorgetti avrebbe respinto la generosa offerta. 

Una concessionaria d’oro

Ma chi è davvero Malagò? Certamente un uomo ricco di famiglia. Tanto da poter devolvere, lodevolmente, lo stipendio del Coni ad atleti bisognosi e attività sportive meritevoli, come la palestra di Scampia di Gianni Maddaloni. Il suo primo mestiere è commerciante di auto di lusso: ex agente della Bmw, lo è ancora della Ferrari e della Maserati. Possiede il 15 per cento della Samocar (quasi 2 milioni di utile d’esercizio nel 2017), di cui è consigliere, e il 95 per cento della finanziaria Samofin (1,2 milioni di guadagni, sempre nel 2017), di cui è presidente e amministratore. La Samofin controlla il 50 per cento della Gl investimenti, posseduta a metà con Lupo Rattazzi della  dinastia Agnelli. La società, nel giugno scorso, risultava aver generato 3,85 milioni di profitto. La Samocar Spa è una delle concessionarie più importanti d’Italia: negli anni d’oro lo showroom romano riusciva a vendere fino a 8mila vetture all’anno, 22 al giorno di media. Da qui passava tutta la Roma che conta. Anche il mondo di mezzo e pure quello di sotto. Una Bmw venduta al faccendiere Flavio Carboni finì persino nell’inchiesta sulla scomparsa di Emanuela Orlandi e venne sequestrata dalla polizia.

La Samocar è un’invenzione del conte Tommaso Antolini Ossi, cugino di Vincenzo Malagò, il papà di Giovanni. All’inizio Antolini Ossi era il proprietario, Malagò senior l’amministratore delegato. Il conte, protagonista della «dolce vita capitolina», la notte del 25 marzo 1980 venne rapito e rilasciato tre mesi dopo. Per la liberazione furono pagati tra gli 800 milioni e il miliardo di lire. I parenti decisero di accogliere la richiesta dell’Anonima romana, dietro cui si sospettava agisse la ’ndrangheta calabrese, nonostante il congelamento dei beni fatto dai magistrati; Malagò senior fu fermato dalle forze dell’ordine con una borsa contenente 100 milioni di lire di acconto per il riscatto. A portare i denari ai rapitori per salvare il conte, tuttavia, fu il direttore della Samocar, Mario Pannunzi, classe 1944 e ancor oggi consigliere della società.

Tre anni dopo il sequestro del conte, il direttore della Samocar finì in manette per presunto traffico di droga, ma scarcerato pochi giorni dopo dal giudice Paolo Borsellino per mancanza di indizi. Era stato sospettato di far parte di una organizzazione mafiosa che inondava di polvere bianca le coste degli Stati Uniti. Nello stesso blitz finì in manette anche il fratello di Mario, Roberto Pannunzi.     

Dramma stradale

In verità, nel passato di Malagò, ci sono altri fatti oltre a quelli collegati alla Samocar. Negli anni Ottanta con una delle sue auto sportive, mentre viaggiava, avrebbe investito due ragazzi che stavano spingendo la loro 500. Un incidente mortale, ovviamente colposo e di cui non resta traccia sulla sua fedina penale, ma che a Roma fa ancora parlare, seppure la vicenda sia vecchia di almeno trent’anni. Quello che sappiamo è che quando all’ex presidente del Coni, Gianni Petrucci, successe un fatto analogo (il secondogenito uccise un pedone sul Lungotevere), il padre di Malagò gli scrisse una lettera che lo commosse e che in sostanza diceva: «Io da genitore ti capisco perché ci sono già passato». A Roma c’è una persona che conosce bene Malagò ed è una sorta di anello di congiunzione tra la tragedia stradale e un altro fatto che nel 1985 ha colpito l’opinione pubblica. 

Questo testimone è Ennio P., già bidello della facoltà di Economia e commercio della Sapienza che vendeva esami agli studenti: «L’incidente, da quanto ricordo, è successo di sera sotto il cavalcavia della Salaria, perché lui abitava al Fleming. Credo fosse proprio il periodo dell’inchiesta sulle false lauree». Ma questa è un’altra storia. La notte dell’11 luglio 1985, Ennio fu arrestato con l’accusa di aver modificato i registri di facoltà consentendo a Malagò e ad altre decine di studenti di superare esami universitari a pieni voti senza averli mai dati. Il «facilitatore», nell’interrogatorio davanti ai giudici, non ha mai fatto il nome di Giovannino. Il futuro presidente del Coni fu incastrato da altre prove, ma vista la lunghezza del procedimento il reato venne prescritto dopo il giudizio di secondo grado. Secondo la Corte d’appello, però, andavano «mantenute ferme le dichiarazioni di falsità documentali accertate» e per questo la sentenza fu trasmessa alla Sapienza «per i provvedimenti di competenza». L’università decise di annullare il diploma di laurea. Malagò sostenne di nuovo due dei tre esami «saltati» a Roma, quindi si trasferì a Siena dove concluse il ciclo di studi a 46 anni, dopo esservi stato ammesso «eccezionalmente».   

Quegli esami non dati     

Con Panorama Ennio parla, per la prima volta in assoluto, degli esami falsi. Oggi, dopo 15 anni di sospensione e il successivo licenziamento, l’ex bidello si è trasferito a vivere alle porte di Roma e vive con 900 euro di pensione al mese: «Non è che me la passo tanto bene per ’sta faccenda qua e lui (Malagò, ndr) non è stato manco tanto riconoscente. Prima mi aveva promesso una cosa e poi invece non si è fatto più vivo. Non parlo di soldi, ma di un aiuto per ottenere un lavoro. Purtroppo non mi ha trovato niente. Neppure un posto al lavaggio delle auto della Samocar. Lui aveva la possibilità di farmi arrangiare e, invece, ho dovuto andare in cantiere a fare il manovale. Oh, la colpa è pure mia, non è che voglio darla a loro». 

«Loro», sono gli studenti che Ennio ha aiutato a saltare gli esami. Ricorda il nipote di un governatore della Banca d’Italia, il rampollo di una delle case di moda più famose del mondo, un importante concessionario della Fiat, un ex senatore del Pd: «Un giorno mi sono incontrato con lui e ha fatto un po’ il vago. Ho detto: “Io sono senza lavoro”. E lui mi ha risposto: “Ti posso aiutare”». Ma non è accaduto. 

L’ex bidello ha ricordi nitidi degli anni dell’università: «C’erano principi, baroni, c’era un sacco di gente facoltosa. Lo sapevano tutti chi ero. Malagò faceva parte di quel giro. Ci siamo incontrati in facoltà, a Economia e commercio. Qualche volta sono andato a trovarlo anche all’autosalone. Erano tutti ragazzi pieni di soldi e io non ho guadagnato quasi niente per i miei favori, anzi ci ho rimesso la noce del collo, perdendo il posto di lavoro. Quegli studenti mi hanno fatto delle promesse, assicurandoni che se fossi stato zitto mi avrebbero trovato un lavoro e, invece, a me non mi ha aiutato nessuno». Da Malagò avrebbe ottenuto solo qualche biglietto per le partite della Roma. «E nient’altro. Ma io quando il giudice mi ha interrogato e mi ha chiesto: “Lei conosce Giovanni Malagò?”, ho risposto di no. Lui con me non è stato riconoscente, anche se sui verbali del tribunale c’è scritto che io l’ho protetto». Perché Malagò non avrebbe mantenuto le promesse? «Non lo so. L’ho incontrato in molte occasioni, ma non l’ho capito. Non immagina quante volte sono andato a trovarlo al circolo Aniene di cui era socio». 

Il pensionato ripercorre con la memoria i suoi incontri con il giovane Malagò: «Mi veniva a trovare e parlavamo a lungo. In qualche occasione abbiamo pranzato insieme. A volte lo chiamavo al telefono per poter andare alla partita. Quando mi rimediava i biglietti, me li lasciava all’Aniene. Solo in un caso volta li ha fatti recapitare in un bar di Piazza del Popolo. Se c’era lui, mi offriva il caffè. Purtroppo dopo che è successo il fatto (l’arresto del bidello, ndr) non c’è stato più modo di vedersi».

Oggi, invece, Ennio parla da uomo deluso. Non troppi anni fa, aveva preso coraggio e aveva ricercato Malagò. «Poteva essere il 2005» racconta. «Lavoravo in un’azienda di pulizie di Roma, mi dovevo arrangiare. L’ho contattato per ricordargli che lo avevo protetto. Lui si dimostrò un po’ scocciato: “Guarda che poi io mi sono rilaureato a Siena” mi ha risposto».  Dopo il processo, Ennio e Giovanni si sono visti anche di persona: «L’ho incrociato a Firenze, stava organizzando un evento con la Ferrari. Quando mi ha visto gli è venuto quasi un colpo. “Questo che ci sta a fare qua?” deve aver pensato. Allora, gliel’ho detto: “Ma come? Io ti sto a cercare non per soldi, ma per un posticino tranquillo per campare dignitosamente, non per guadagnare 2 o 3.000 euro, ma 1.200-1.500”». 

Ennio non ha ottenuto nulla neanche in quel frangente. «Certo» ammette l’ex bidello: «ho sbagliato pure io a fare certe cose, anche se mi sono trovato coinvolto casualmente. Purtroppo sono l’unico che ha pagato per davvero» .     

Porsche a pezzi 

Gli esami taroccati non sono stati la sola spericolatezza di Malagò. Da giovane, negli anni Ottanta, si è distinto per altre scorribande. Come rammenta un compagno di zingarate: «Ricordo una gara in macchina contro un certo Sergio, figlio di un ufficiale giudiziario. Sergio era uno che aveva sempre corso in auto e aveva una Porsche turbo. Malagò lo sfidò con una Ferrari F40 e nel tentativo di raggiungerlo sfasciò l’auto che, per altro, era di un cliente. Andò in testa coda, come in un flipper impazzito, e fu costretto a buttarla. La gara si svolse sull’autostrada Roma-L’Aquila dove a quei tempi si facevano le corse notturne». 

Un avvocato romano, Giampiero S., rievoca un’altra storia. Nel 1988 i Malagò parteciparono alla vendita di una casa in zona Balduina. L’acquirente era il cognato di Giampiero, il quale venne coinvolto in prima persona. La casa era intestata a una parente dei Malagò, impiegata della Samocar. Secondo la fonte di Panorama, però, a gestire la vendita furono Vincenzo (ufficialmente procuratore speciale della proprietaria) e Giovanni Malagò, entrambi presenti nello studio del notaio Claudio C.. I venditori pretesero il pagamento in contanti. «Io portai le borse con i soldi. Se ricordo bene, erano 87.000 banconote da 5.000 lire (435 milioni di lire, ndr). La nostra fu una sorta di ripicca, come a dire: “Li avete voluti in contanti, mo’ ve li contate”. Padre e figlio furono impegnati nell’operazione dalle 6 del pomeriggio fino a mezzanotte».  La casa, secondo il testimone di Panorama, aveva un prezzo effettivo di circa 750 milioni. La parte mancante (nel rogito, che abbiamo letto, si parla di 500 milioni), sempre secondo la nostra fonte, fu trasferita in Svizzera su richiesta dei venditori. «I soldi furono portati oltreconfine con una Citroën Dyane bianca comprata per l’occasione».   

Sulle dune di Sabauda

A proposito di case, Malagò possiede una villa sulle dune di Sabaudia, nel parco del Circeo. Qui ha provato a sanare nove abusi edilizi che vanno da quattro dépendance a una tettoia per riparare le auto degli ospiti. Il Nucleo investigativo di polizia ambientale ha anche sequestrato, nel 2015, una vasca idromassaggio costruita all’esterno e il Tar, nel 2017, ha respinto il ricorso di Malagò contro la demolizione di una palestra interrata di 118 metri quadrati. 

Nella casa sono stati accolti per anni Corrado Passera e sua moglie Giovanna, ma anche Luca Cordero di Montezemolo, Margherita Buy, Gabriele Salvatores e molti atleti del Coni. Gli ospiti possono godere di quiete e riservatezza: nel tratto di spiaggia dove ci sono la villa di Malagò e di altri vip i varchi che dovrebbero consentire l’accesso ai bagnanti ogni 200 metri, in corrispondenza cioè delle piazzole dei parcheggi, sono chiusi e sono al centro di una lunga querelle legale.

Come andrà a finire?

Torniamo alla casella da cui siamo partiti: lo scontro di Malagò con il governo. Riuscirà il presidente a restare al vertice del Coni sino alla fine del suo mandato, prevista per il 2021? Avranno forse qualche conseguenza sulla sua carriera gli incidenti di percorso? Probabilmente no. L’assicurazione sulla sua vita professionale potrebbe essere l’articolo 27 della carta olimpica. Se infatti Malagò dovesse perdere il posto dopo uno scontro con l’esecutivo, il Comitato olimpico internazionale potrebbe sospendere l’Italia, come è già accaduto nel 2015-16 al Kuwait. Col risultato di vedere i nostri campioni gareggiare senza il tricolore sulle maglie, ma come atleti indipendenti. Un rischio che neppure il governo del cambiamento può permettersi di correre.

(ha collaborato Giuseppe China)


(Articolo pubblicato nel n° 50 di Panorama in edicola dal 28 novembre 2018 con il titolo "Vita spericolata di Giovanni Malagò)

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