Totti, semplicemente un campione

Elogio di un ragazzino che 20 anni fa esordiva in serie A e che ha fatto la storia - Totti, semplicemente un campione - La gallery della sua carriera - Le barzellette di Totti

Vent'anni fa l'esordio di Francesco Totti in serie A (credits: TIZIANA FABI/AFP/Getty Images)

Carlo Genta

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Vent’anni sono tanti. Tanti per tutti. Ancora di più se provi a guardare cosa stava succedendo. Si spacca la Cecoslovacchia, in Repubblica Ceca e Slovacchia. Bush e Eltisn firmano per il disarmo nucleare: ultimo atto del presidente americano prima dell’insediamento di Bill Clinton. Si scioglie la Democrazia Cristiana. Nasce l’Unione Europea con il Trattato di Maastricht. Federico Fellini ritira l’Oscar alla carriera e il mondo dello sport inorridisce per la pugnalata alle spalle ricevuta da Monica Seles al torneo di Amburgo.

Intanto un ragazzino biondo di non ancora diciassette anni, debutta in Serie A contro il Brescia, con una maglia tatuata addosso. La sua. E’ gialla e rossa e lui, si sente già dire, un predestinato. Questa storia comincia così. E Fransceco Totti diventerà, nella sua diversità man mano fuori dal tempo scegliendo di giocare per sempre ai confini del grande impero, uno dei più grandi giocatori della storia del calcio italiano.

Le elegie ci interessano poco, così come i mostruosi numeri che ha costruito. Non finisce di sorprenderci invece, oggi, la sua capacità di essere ancora così decisivo, un giocatore così pesante, determinante, importante a un passo dai 37 anni.

Ci sono quelli che giocano in Australia, quelli che sono emigrati negli States (Nesta), quelli che hanno smesso (Schevkenko). Lui non molla, prende calci sempre più difficili da assorbire e tiene il centro dell’occhio di bue. Tanto da far straparlare, in modo del tutto antistorico, di una possibile convocazione ai Mondiali brasiliani. Speriamo non avvenga perché Totti fa parte di un’altra storia che ha diviso per quattro lustri il popolo dei 60 milioni di commissari tecnici. Altre divisioni sarebbero semplicemente anacronistiche.

In America quando un grande giocatore annuncia il ritiro l’anno prima che avvenga, non gli si promettono maglie colorate: gli viene regalato un ben più prezioso giro d’onore su tutti i campi che ha calpestato, in qualche caso incendiato tutti suonano in piedi il tributo di un applauso infinito. Più grande e scomodo, magari sportivamente odiato è stato l’avversario, più lungo e caldo è l’applauso. Sarebbe bello, ma non succederà. Non ora e soprattutto non qui. Peccato. Perché sarebbe la colla più profumata, più dolce ma non sdolcinata per unire un passato che è stato di tutti noi (e nel quale alla vigilia del Mondiale delle moto buttiamo dentro pure Valentino Rossi), con un futuro per fortuna intrigante.

Guardiamo la spiannata di Sagan, irriverente su un traguardo storico e duro del ciclismo come quello della Gand-Wevelgem, in questo inverno infinito perfino in Italia. Sentiamo Mario Balotelli dare risposte piene di senso semplice nelle conferenze stampa e poi lo vediamo segnare sempre e contenersi negli atteggiamenti in campo, che è poi l’unica dimensione dello sport. Tanto che ci pare a questo punto sempre più odioso e blasfemo il paragone con Cassano, che è uno della vecchia guardia, lo stereotipo del calciatore ignorante quale Mario non è. E applaudendo al passato, strizziamo l’occhio a un futuro che non ci pare affatto male, come certi rap che nulla hanno a che vedere con la tradizione della musica leggera italiana.

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