F1, Gp Ungheria: le imprese di Piquet e Mansell

Alla “prima” all'Hungaroring, il sorpasso del pilota brasiliano sul connazionale Ayrton Senna. Nel 1989, la rimonta spettacolare del britannico della Ferrari

Nigel Mansell e Nelson Piquet, assoluti protagonisti della F1 degli anni Ottanta

Dario Pelizzari

-

Nel cassetto dei ricordi più entusiasmanti della Formula 1 alle prese con la pista dell'Hungaroring, sede dal 1986 del Gran premio dell'Ungheria, due le vette che hanno fatto giurisprudenza: il duello tutto brasiliano tra Ayrton Senna e Nelson Piquet nella prima edizione della corsa, che vede prevalere quest'ultimo al termine di un esaltante testa a testa scolpito sulla roccia da un sorpasso in stile rally, e la meravigliosa rincorsa dal 12° al primo posto di Nigel Mansell nel 1989, che infiamma il pubblico dei motori e regala al pilota britannico al primo anno in Ferrari una delle gioie più grandi in carriera.

 

10 agosto 1986. Il tracciato dell'Hungaroring ospita per la prima volta i bolidi della Formula 1 per una gara valida per il campionato del mondo. E' la prova numero 11 del calendario. Nelson Piquet, alla prima stagione al volante della Williams, è reduce dalla vittoria ad Hockenheim e vuole dire la sua fino in fondo nella lotta per il titolo, che fino a quel momento pare conteso sulla Manica tra Francia e Inghilterra. Alain Prost (il francese) su McLaren non sbaglia un colpo e pure Nigel Mansell (l'inglese), compagno di squadra di Piquet in Williams, dimostra di avere i numeri per riuscire a mettere finalmente la sua firma sul mondiale. Qualche punto dietro ma in netta ripresa, l'altro brasiliano del gruppo, Ayrton Senna, che alla guida della Lotus comincia a lasciare per strada briciole di pura classe. Due settimane prima, in Germania, era salito sul secondo gradino del podio dietro a Piquet e sente nell'aria il profumo della quinta vittoria in F1.

Sulla griglia di partenza, domina il verdeoro. Pole per Senna, seconda piazza per Piquet. Seguono Prost, che sarà costretto al ritiro al giro 23 per incidente, Mansell, Keke Rosberg (il papà di Nico) e Tambay. Scatta il semaforo verde e comincia lo spettacolo. Tra i due piloti brasiliani, è battaglia senza esclusione di colpi. Fino al sorpasso, che ridisegna i confini di una monoposto della F1. Vince Piquet, non perde Senna.

 

13 agosto 1989. A Maranello tira brutta aria a causa di un avvio tutt'altro che convincente della coppia di assi Mansell-Berger, costretti a tirare a lucido una Ferrari - la 640 firmata da quel mago dei motori che fu John Barnard, l'ideologo dei fasti della McLaren – che non garantisce grandi prestazioni e soprattutto affidabilità. La corsa per il titolo è una questione privata tra i due compagni di squadra più nemici che rivali Prost e Senna, il talento al servizio della F1. La McLaren, titolare della monoposto che detta legge fuori e dentro la pista, osserva e spera. Per Mansell, reduce da una stagione disastrosa alla Williams, non può più essere domani. Vince la gara del debutto in rosso in Brasile, ma poi inciampa in cinque corse nelle quali non porta a casa nemmeno un punto. In Europa, prende però forma la resurrezione.

Secondo in Francia, secondo in Inghilterra, terzo in Germania. In Ungheria, lo dicono gli addetti ai lavori, non può che andare benissimo per Mansell. Detto, fatto. Le qualifiche regalano la prima piazza a Riccardo Patrese sulla Williams e due musi lunghi alla Ferrari. Berger finisce sesto, mentre Mansell addirittura 12°, a più 2,225 secondi dal collega italiano. Quando sembra tutto finito, la voglia di rivalsa del pilota con i baffi prende il volo. Il Leone d'Inghilterra indovina una partenza da manuale e dà inizio allo show, che si trasforma in idillio quando al giro 53 Patrese è costretto al ritiro a causa di un problema al radiatore. Senna va al comando e vede nello specchietto retrovisore il britannico del Cavallino, che tra ritiri e sorpassi aveva messo tutti sull'attenti. Cinque giri più tardi si compie il mezzo miracolo: Mansell passa Senna e chiude la saracinesca per 19 tornate, vincendo il gran premio e lasciando senza parole gli avversari. Una rimontona, quella del campione del mondo 1992, che a Budapest ha lasciato il segno pure sull'asfalto.

Twitter: @dario_pelizzari

© Riproduzione Riservata

Commenti