Marchionne-Montezemolo: lo show dei record

Sorrisi, mugugni e battute velenose. Nella conferenza stampa che ha sancito l'addio dell'ex presidente della Ferrari, è andato in scena un braccio di ferro dialettico che nasconde fratture insanabili

Montezemolo e Marchionne a Maranello – Credits: Ansa

Dario Pelizzari

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“E' finita un'epoca, spero che si apra un nuovo ciclo vincente”. Luca di Montezemolo ha consegnato ufficialmente stamani le chiavi del suo ufficio a Maranello al grande capo della Fca, Sergio Marchionne, tra sorrisi, mugugni e battute più o meno velenose che hanno accompagnato una giornata storica per i motori made in Italy. L'ormai ex presidente della Ferrari, per 23 anni al volante di un Cavallino che tanto ha vinto (19 titoli complessivamente, 11 costruttori e 8 piloti) e che tanto ha prodotto in termini di vendite e di risanamento del bilancio, si fa da parte convinto di avere rivoluzionato in positivo le logiche dell'azienda. Il percorso era già segnato, ha confermato Marchionne, l'addio di Montezemolo era nell'aria da mesi, più per un necessario e ormai improrogabile passaggio di consegne che per evidenti limiti e demeriti strutturali.

Poi, è arrivato il weekend del gran premio di Monza, che ha decretato senza appello la resa definitiva della macchina in rosso al cospetto di una concorrenza al momento bella e impossibile. Col passare dei mesi, la Ferrari si è fatta in pista sempre più brutta e piccola. Evidentemente, troppo per le urgenze sportive e strategiche del suo principale Marchionne, che da Cernobbio non ha usato mezzi termini per sottolineare la delusione per “sei anni senza vittorie”. E vai a spiegargli le sfumature ricche di sfortuna e dannazione dell'ultimo lustro. L'ha detto il numero uno di Fca, la Ferrari non può permettersi di non vincere, perché in fondo è l'unica cosa che conta. Ieri come oggi.

I due si sono punzecchiati per anni. Diversi e distanti su moltissimi ambiti dell'esistenza fuori e dentro l'azienda, si sono rispettosamente tenuti a distanza per evitare incomprensioni e scivoloni che difficilmente avrebbero poi potuto giustificare alla stampa. Tuttavia, si sapeva che presto o tardi le divergenze di veduta in materia di politica aziendale sarebbero sfociate in una sfida all'Ok Corral da dentro o fuori. Montezemolo paga anni, soprattutto gli ultimi due, di rovinose e imprevedibili cadute senza paracadute sulle piste di tutto il mondo. La monoposto del Cavallino si è fatta mettere sotto prima dalla Red Bull superstar della coppia d'oro Sebastian Vettel-Adrian Newey, quindi dalla Mercedes stellare disegnata, tra gli altri, dall'ingegner Aldo Costa, accompagnato alla porta da Stefano Domenicali nel 2011 per questione di traguardi mancati. Gli altri avanti, la Ferrari a rincorrere.

Colpa dei piloti? Un po' no, un po' sì. No, perché se a Maranello hanno sperato fino all'ultimo di portare a casa due mondiali piloti il merito è quasi esclusivamente di Fernando Alonso, che ha raccolto più di quanto era lecito attendersi da una macchina non straripante. Sì, perché se Felipe Massa avesse trovato il modo di riprendere il piglio dei giorni migliori dopo l'incidente di Budapest avrebbe apparecchiato la tavola per almeno un paio di titoli costruttori. Difficile dire oggi quali saranno le prime mosse di Marchionne presidente. Con Marco Mattiacci al timone della Ges è stato inaugurato un percorso che comunque vada presumibilmente produrrà effetti soltanto nella parte finale del 2015. Per Marchionne, Alonso e Raikkonen sono campioni del mondo. Punto e a capo. Magari i migliori, magari no. Lo capiremo dalle sue prossime scelte.

E' cosa nota, la Formula 1 ha tempi di decantazione piuttosto lunghi. Le monoposto nascono dopo mesi di riflessioni, intuizioni e tentativi. Non basta cambiare la targhetta sull'ufficio per riprendere a vincere. E Montezemolo, che ha riportato al trionfo la Ferrari dopo anni di musi lunghi, lo sa bene e l'ha ribadito a gran voce a Maranello (“quando sono arrivato io aspettavano di vincere molto di più che da sei anni”). La palla, meglio, la chiave inglese passa ora nelle mani di Marchionne, che tra un impegno e l'altro sulla rotta Torino-Detroit dovrà trovare il tempo per ricostruire una squadra che ha bisogno di ritrovare in fretta fiducia e compattezza d'intenti. Sbagliare, lascia intendere l'ad di Fiat, non è più possibile. Ad Alonso saranno fischiate le orecchie. Ammesso che abbia ancora voglia di ascoltare promesse.

Twitter: @dario_pelizzari

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