Formula 1

Gp Monaco: Vettel come Schumacher. Meglio di Alonso e Raikkonen

A Montecarlo il pilota Ferrari centra il 5° podio nelle prime 6 gare. Come il suo illustre predecessore, che guidava però una monoposto stellare

Vettel e Schumacher

Dario Pelizzari

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Cinque podi nelle prime sei gare della stagione. Sebastian Vettel come Michael Schumacher nell'anno di gloria 2004, quando il campionissimo di Kerpen sbaragliò la concorrenza con una serie meravigliosa di vittorie: ben 13 sui 18 gran premi in calendario. Schumi imprendibile, pure per il compagno di squadra in Ferrari Rubens Barrichello, il miglior numero 2 possibile per affidabilità, competenza e tenacia. Vero, il podio di per sé non fa vincere i campionati. La differenza, quella vera, le fanno le vittorie, che regalano spesso il guizzo decisivo a due passi dal traguardo di fine anno. E finora Vettel, che dello Schumacher prima maniera ha preso tantissimo - vedi tra le altre cose la capacità di fare squadra con i tecnici e gli ingegneri a sua disposizione suggerendo loro le informazioni necessarie per lo sviluppo della monoposto - ha messo da parte un acuto e quattro cori. Ha conquistato la Malesia e si è dovuto "accontentare" di stappare lo champagne in Australia (3°), Cina (3°), Spagna (3°) e Monaco (2°). Tra rincorse impossibili e regali inattesi. A Montecarlo, la Mercedes ha richiamato ai box Lewis Hamilton a gara già vinta (clicca qui per leggere il resoconto della gara). Per la gioia di Nico Rosberg e di Vettel, che hanno raccolto l'impensabile e detto grazie. Ma c'è di più.

 

La F2004 che Schumacher trasformò in aereo di linea era la sintesi di un lustro di prodezze dalle parti di Maranello. Merito della premiata ditta R. & B., ovvero Rory Byrne e Ross Brawn, che erano riusciti a modellare la macchina con la perizia necessaria per renderla affidabile eppure veloce. Soprattutto, veloce. Roba che gli avversari erano costretti a darle un'occhiata da vicino ai box, perché in gara non c'era storia. La differenza era abissale. Quasi imbarazzante. Più o meno come la Mercedes degli ultimi due anni e la Red Bull del periodo d'oro di Vettel. Per questo, i cinque podi del tedesco in rosso di oggi hanno un peso diverso dai cinque podi del tedesco in rosso di ieri. Allora, nel 2004, la Ferrari era un fiume in piena, impetuoso e inarrestabile. La Ferrari di Maurizio Arrivabene è invece un ruscello di montagna, ancora timido e impacciato. Tutto da scoprire, tutto da inventare. 

La "prima" di Schumacher alle prese con il Cavallino disvelò ben altre verità. Anno 1996, ecco la sequenza: ritiro (frizione), terzo, ritiro (incidente), secondo, secondo, ritiro (incidente). Tre podi su sei con tre guai cui porre rimedio con il passare dei mesi. Come dire, bene sì, ma non benissimo. La Williams di Damon Hill e Jacques Villeneuve pareva su un altro pianeta. E passeranno ancora quattro anni prima che la speranza diventi trionfo. Era la Ferrari che cercava in tutti i modi di risalire la china dopo due decenni di silenzio assordante. Un cantiere aperto, un progetto in divenire, da plasmare con la massima attenzione per evitare di ricadere nello sconforto. Una situazione simile a quella che ha ereditato Arrivabene al suo arrivo a Maranello. Una squadra da rifondare e alla quale consegnare la fiducia di tornare grandi. Vettel, la variabile straordinaria, capace di dispensare entusiasmo fuori e dentro il box e di raccogliere in pista tutto ciò che è possibile. Anche quando, vedi Monaco, tutto sembra già scritto. Cinque podi nelle prime sei gare non si vedevano in Ferrari dal 2004. Né Kimi Raikkonen (campione del mondo 2007), né Felipe Massa, né Fernando Alonso sono riusciti a fare altrettanto. E la monoposto che avevano per le mani non era sicuramente peggiore di quella che guida ora l'ex collaudatore della Sauber

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