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Formula 1

Gp Monaco 2001: vince Schumacher, stravince la Ferrari

Il Cavallino non vince sulla pista di Montecarlo da 14 anni. Allora, fu doppietta storica con Barrichello

L'ultima volta che Montecarlo indossò il rosso Ferrari fu nel 2001. Un abito completo, quello confezionato dai sarti di Maranello per la gara che andò in scena il 27 maggio tra le curve maliziose e i rettilinei appena accennati del circuito cittadino del Principato. Allora, la Formula 1 parlava tedesco. Merito di un certo Michael Schumacher, che l'anno precedente, al quinto anno in sella al Cavallino, era riuscito a spezzare l'incantesimo maledetto del digiuno Ferrari. Un tedesco sul tetto del mondo con la tuta rossa, una novità da riportare negli almanacchi nell'attesa di conoscere gli sviluppi della rincorsa. Che da quel momento, lo dirà la storia, si trasforma in mito. Nelle prime cinque gare del campionato 2001, Schumacher tenta l'allungo nei confronti di David Coulthard, cavaliere McLaren con le insegne Mercedes. Il conto delle vittorie dice 3-2 per il tedescone volante, che vuole togliere il sorriso al suo avversario britannico vincitore della gara precedente sul Ring di Zeltweg (Austria). A Monaco si vince il sabato, oggi come ieri. Perché i sorpassi da quelle parti sono merce rara: lo sanno le scuderie, lo sanno i piloti. Lo sanno gli appassionati. L'azzardo tra casinò e yacht si paga caro. Un errore ed è già lunedì.

 

Poi, le prove libere. Con Schumacher Michael che tira la volata all'altro Schumacher della Formula 1, Ralf, fratello e avversario al volante della Williams. Tra loro, il finlandese due volte campione del mondo Mika Hakkinen, graduato McLaren. Coulthard c'è, ma gioca a nascondino, pronto a sferrare il colpo decisivo nelle qualifiche. In pista, per la cronaca, anche un giovanissimo spagnolo dall'aria spavalda e dal futuro ricco di speranze, Fernando Alonso, al primo anno tra i campioni. Guida la Minardi, l'Italia nel destino. Il sabato della pole è una sfida annunciata Ferrari contro McLaren. Schumacher corre, Hakkinen si esalta, ma è Coulthard a piazzare la zampata decisiva in uno dei suoi ultimi tentativi. La griglia della domenica dice Coulthard-M.Schumacher-Hakkinen-Barrichello (lo scudiero affidabilissimo di Michael)-R.Schumacher-Irvine. Sei piloti in un secondo. Alla Mclaren si mette in fresco lo champagne. Alla Ferrari, Jean Todt e Luca di Montezemolo declamano l'arrembaggio. 

Tre, due, uno e la sorte si prende la scena. Al giro di formazione partono tutti, tranne lui, Coulthard, immobile come una cera per via di un motore che fa i capricci. Sarà costretto a partire in fondo allo schieramento. nero come la rabbia che cova dentro per una gara compromessa prima di premere l'acceleratore. Semaforo verde e Schumacher saluta tutti, spinto dalla dea bendata e da un talento schiacciasassi che gli consentiva di eseguire il compito senza sbavature. E mentre Coulthard scatena temporali sul brasiliano della Arrows, Enrique Bernoldi, deciso a vendere carissima la pelle, l'altra McLaren, quella di Hakkinen, si mette di traverso per un problema al differenziale che costringerà il finlandese a scendere dalla monoposto al giro numero 16. Si diceva, la sorte. Che accompagna Schumacher sul traguardo in compagnia del compagno di avventure Barrichello. Staccatissimi tutti gli altri. Vince Schumi, stravince la Ferrari. Montecarlo si veste di rosso e inizia la festa. Che a Maranello inseguono ormai da 14 primavere. 

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