Caso Ferrari: ma è così facile vincere in F1?

Marchionne ha puntato l'indice contro i sei anni senza successi. Un digiuno senz'altro lungo per il Cavallino, che però sta vivendo quanto già accaduto ad altri blasonati team

Montezemolo nel 2002, quando insieme con Todt, Schumacher e Brawn dominava in Formula 1 – Credits: ANSA / PIERRE VERDY

Dario Pelizzari

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Prima di dettare legge sulle piste della Formula 1 con una monoposto che oggi gioca a scopa con il vento, la Mercedes ha sgomitato per quattro anni con le concorrenti più agguerrite con l'intento di imparare e conoscere, studiare e applicare. Non sono bastate le virtù di cassa della casa tedesca per organizzare e rendere vincente da subito una macchina che correva forte ma dondolava più del necessario. Nemmeno Ross Brawn, ingegnere-guru delle quattro ruote, ex Benetton ex Ferrari ed ex Honda è riuscito nell'impresa. Pur potendo contare sul 7 volte campione del mondo, Michael Schumacher, che tornò a furor di popolo dall'esilio dorato in sella al Cavallino per dare forma e sostanza alla nuova avventura della Mercedes nella F1. Quarta, quarta, quinta, seconda e prima. I numeri parlano chiaro: ci sono voluti cinque anni cinque alla casa della stella a tre punte per salire sulla terrazza più luminosa della classifica costruttori. Nel 2010 era a un paio di galassie dalle prime della classe, ora si diverte a guardare tutti dall'alto.

Ha cominciato decisamente peggio la Red Bull, che ha fatto il suo debutto nel mondo delle quattro ruote scoperte nel 2005 grazie all'impegno economico del grande capo dei bibitari, Dietrich Mateschitz, l'austriaco dal portafogli gonfissimo e con una voglia grande così di cambiare le gerarchie nella Formula 1. Settima nella graduatoria costruttori nell'anno del debutto, settima nella stagione successiva, che ha salutato l'ingresso in pianta stabile nel team di un certo Adrian Newey, il mago dell'aerodinamica applicata alle automobili. Poi quinta, di nuovo settima, infine seconda. Storia del 2009, dietro alla Brawn dell'allegro terzetto Ross (Brawn)-Jenson (Button)-Rubens (Barrichello). Nel 2010, la svolta. Dopo cinque campionati a recuperar palloni, la Red Bull si fa imprendibile. E con Sebastian Vettel infila quattro doppiette (titolo piloti-costruttori) consecutive. Più di un trionfo, un idillio da champagne.

La Formula 1 è uno sport che mal digerisce i termini “subito” e “improvvisamente”. Preferisce invero parole come “pazienza” e “programmazione”, più adatte a un confronto serrato nel quale lo sviluppo tecnologico la fa da padrone e ogni minimo dettaglio può decidere la competitività di una macchina. E così come il cammino che porta alla vittoria è lungo e tortuoso, vedi gli esempi di Mercedes e Red Bull, pure quello del rilancio verso l'alto dopo anni di saliscendi è da prendere con le molle. La Williams, 9 titoli costruttori e 7 titoli piloti a cavallo tra gli Ottanta e i Novanta, sta risalendo la china soltanto nel campionato in corso dopo stagioni al limite dell'imbarazzante. La McLaren? Peggio che guidare di notte a luci spente. Non vince un mondiale piloti dal 2008 (Lewis Hamilton a +1 sul disgraziatissimo Felipe Massa) e un mondiale costruttori dal lontano 1998 (onori e gloria alla coppia Mika Hakkinen-David Coulthard). Dal 2015 tornerà a fare coppia con la Honda, per provare nel tempo a interrompere un digiuno che grida vendetta. Non stiamo parlando di team da due soldi, tutt'altro. Eppure, va così. Per tutti. Qualcuno vince, gli altri perdono. E' la regola del gioco.

Al nuovo titolare di Maranello, però, i conti non tornano. Sergio Marchionne ha consegnato il due di picche a Luca di Montezemolo perché “è da sei anni che la Ferrari non vince”, aggiungendo che la vittoria “fa parte del Dna” della scuderia in rosso. Come dire, il secondo posto vale meno di un posto in piedi al cinema. Bisogna tagliare il traguardo prima degli altri, altrimenti sono guai e chi sbaglia, paga. Senza fare sconti a nessuno. Nemmeno a chi per anni ha messo tutti in fila, come ha fatto l'ex spalla del Drake, che in 23 primavere da presidente del Cavallino ha incassato tante di quelle coppe e coppette da aprire un museo. Ma c'è di più.

Con questa mossa che sa tanto di progetto chiuso nel cassetto da tempo e tirato fuori al momento opportuno, il grande capo della Fca fu Fiat altro non ha fatto che seguire la corrente di pensiero che va per la maggiore in Italia, un karaoke mal riuscito di cori e coretti che chiedono il patibolo al primo passo falso dello sportivo di turno. Ieri eri un eroe, domani sarai un ciarlatano. Conta il risultato di oggi, fine delle trasmissioni. Accade tutti i giorni. Nel calcio, come nel rugby e nella pallavolo. E ancora peggio va negli sport individuali. La Ferrari non vince da sei anni? Squadra che non vince si cambia. Anzi, si stravolge. Perché chi ha vinto ieri oggi non vince più e non è più utile alla causa. Con tanti cari saluti a casa. Altrove, a giro per l'Europa, la pensano diversamente. Investono, riflettono, programmano e sanno aspettare. Nel Belpaese, le chiacchiere lasciano il passo al tafferuglio. Che spesso finisce in una rivoluzione. Tutta da interpretare.

Twitter: @dario_pelizzari

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