Formula 1

Jules Bianchi: per la Fia, fu tutta colpa sua

L'inchiesta interna della Federazione dell'automobile scaricò le responsabilità dell'incidente sul pilota. Per il papà, una sofferenza senza fine

Bianchi

Dario Pelizzari

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Ha lottato, Jules Bianchi. Eccome, se ha lottato. E' rimasto appeso alla vita per 286 lunghissimi giorni, durante i quali la famiglia, straordinaria come tutte le famiglie che sono chiamate a vivere prove così dolorose, ha combattuto al suo fianco attimo dopo attimo, respiro dopo respiro. L'incidente maledetto di cui è stato vittima il 5 ottobre scorso sulla pista giapponese di Suzuka - un misto terrificante di sfortuna, incapacità organizzativa e follia regolamentare - ha aperto crateri di polemiche che non sono mai stati superati. Perché quando muore un atleta, uno sportivo vero, di quelli che si mettono in gioco ad altissimo livello per soddisfare la propria fame di miracoli e la gioia del pubblico che applaude sul divano, be', c'è sempre qualcosa che non torna. E nel caso dell'incidente di Bianchi di passaggi a vuoto ce ne sono stati tanti. A cominciare dal prevedibilissimo rimpallo di responsabilità che ha preso forma poche ore dopo l'accaduto.

Per la Federazione dell'automobile, è stato l'ex promessa della Ferrari a scrivere il suo destino. Parole vergate sul documento articolato in 11 punti redatto dall'Accident Panel della Fia e diffuso nel dicembre del 2014: "Bianchi non ha rallentato abbastanza per evitare di perdere il controllo" della sua Marussia. Insomma, tutta colpa sua. Avrebbe dovuto reagire con prudenza alle doppie bandiere gialle esposte dai commissari di pista per segnalare l'uscita di pista della Sauber di Adrian Sutil. Non l'ha fatto, molto probabilmente anche a causa di un problema tecnico sulla sua monoposto, e il seguito è noto. Bianchi si è schiantato contro la gru che era entrata in pista per spostare la vettura di Sutil alla velocità di 126 km/h. Un impatto tremendo. Da morte certa, anche nella Formula 1 dei tempi recenti.

 

"È stata un’inchiesta interna - spiegò mesi dopo papà Bianchi al quotidiano Nice Matin - solo coloro che sono stati coinvolti nell’accaduto hanno partecipato. Non ho nulla di nuovo da dire a riguardo. Brave persone sono attualmente coinvolte nel difendere gli interessi di Jules. Se qualcuno è responsabile, un giorno pagherà. Francamente, sono troppo contrariato per parlarne". Dall'ospedale di Nizza, il grido di dolore di un genitore che assisteva senza alcuna possibilità di intervenire alla personalissima battaglia del figlio, che da quel giorno maledetto non ha mai ripreso conoscenza. "Il nostro mondo è collassato il 5 ottobre del 2014. Adesso, la domanda che nessuno vuole fare è: ce la farà? Potrà vivere normalmente o da disabile? Penso che, con questo tipo di incidenti, la cosa possa colpire più della morte. Il dolore è continuo, una tortura giornaliera”.

Una tortura giornaliera. Fatta di speranze che collassano nell'inevitabile giorno dopo giorno e che ti insegnano a guardare più in là del comprensibilissimo egoismo personale. "Siamo sicuri che si troverebbe a vivere una situazione che non gli piacerebbe - aveva detto soltanto pochi giorni fa Philippe Bianchi ai microfoni di France Info - visto che una volta disse che se avesse avuto un problema simile a quello di Schumacher, per lui sarebbe stato molto difficile. Non avrebbe accettato l’idea di non essere più in grado di fare il pilota di Formula 1". Jules se n'è andato in una notte caldissima a due passi dal mare, il suo mare. Diranno che era un bravissimo ragazzo, una persona gentile e sempre disponibile con tutti. Avranno ragione.

E' morto Jules Bianchi
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