Il racconto del nostro inviato alla Maratona di Milano

Alberto Romano ci racconta i suoi 42km e 195 metri, tra gioia e sofferenza

Alberto Romano, il nostro "runner" all'arrivo con la medaglia al collo

Come sto? Ho poche certezze nella testa. La prima è che sono stanco, ma proprio stanco. Perché una maratona è una fatica, anzi, è fatica vera.
Per il resto c’è molta confusione.

Si, sono felice. Anche stavolta ho tagliato il traguardo, ed è la cosa più importante. Ma fino al 35km ero davvero gasato. Poi il crollo, le gambe vuote, la fatica e addio sogno di chiudere con il mio primato personale, sotto le 3 ore e mezza.
Invece è arrivata la crisi, improvvisa ma violenta, che ti stronca le gambe e ti annebbia la testa. Al punto che ricordo benissimo quando è arrivata ma non dove mi trovassi…
Ho finito in 3 ore e 42’ e non so, anzi, non riesco ad essere felice davvero.
Mi restano però tante sensazioni. La prima è che la Maratona di Milano è stata più bella di quanto mi aspettassi. In primis per l'atmosfera. Lungo il percorso ho visto tanta gente, incitarci ed aiutarci tutti ad andare avanti. Insulti o gente spazientita, zero!

Una bella mano per creare un clima di festa l’hanno data i luoghi dove avveniva il cambio degli staffettisti (la maggior parte dei partecipanti). C’era tifo, gente che suonava, ristoro, insomma, per un km ed oltre avevi la testa libera, lontana dai pensieri che ti accompagnano per tutta la gara.
Poi sarà strano, ma correre per le strade della città che conosco da una vita è piacevole. Passi vicino al ristorante dove avevi mangiato, o vicino alla mostra che avrei sempre voluto vedere. Strade che di solito faccio distrattamente ma che oggi, in qualche maniera, sono riuscite a farmi compagnia.
Devo anche dire che per una volta l’Italia non ha niente da imparare dall’estero. Mi riferisco all’organizzazione che ha fatto davvero un gran bel lavoro. Soprattutto per i tempi di consegna del sacchetto con le mie cose all’arrivo. Tempi rapidi e solo il cielo sa quanto sia importante mettersi una maglia pulita, asciutta, il prima possibile.
Ma il mio ultimo pensiero va ad un “folle”. L’ho visto alla partenza. Era l’unico che scherzava. Attorno al collo la bandiera del Napoli, e dalla sua bocca una battuta via l’altra o un coro napoletano, una barzelletta. E non è che, una volta partiti, il tizio in questione si sia spento. Aveva un sorriso o una battuta per tutti, anche lungo il percorso. “Questo al traguardo non ci arirverà mai”, mi sono detto. Mi sbagliavo. Lui si, che ha chiuso sotto le 3 ore e mezza.
All’arrivo ho fatto una foto con lui. E l’immancabile bandiera del Napoli ancora attorno al collo.

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Aveva una maglietta normale, ed una pancia tipica di chi non ha fatto le rinunce a tavola che ho invece fatto io per settimane. Ma come faccio ad odiarlo. Uno che ti fa ridere nel bel mezzo di una maratona resta un amico, a prescindere.
Quindi, in conclusione, come sto? Non lo so, ma di certo l’anno prossimo sarò ancor al via.
Milano City Marathon. Ci rivediamo tra 12 mesi.

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