Economia

Stabilità, dalle scommesse 222 milioni in meno

Le società prive di concessione rifiutano la sanatoria e rischiano di far saltare le previsionali di entrata del governo Renzi. Ma anche gli operatori storici protestano

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Gianluca Ferraris

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Tra le molte lobby accusate, a torto o a ragione, di tifare per il governo Renzi e i suoi provvedimenti finanziari, emerge con una certa ricorrenza quella delle aziende di giochi e scommesse. Dopo l’approvazione della legge di stabilità, tuttavia, lo scenario sembra essersi ribaltato. Colpa di un emendamento che è riuscito far infuriare tutti (o quasi) gli operatori di settore.

La vicenda sul tavolo è quella della sanatoria proposta dall’esecutivo a circa 7mila corner e negozi di scommesse sportive non autorizzati ma comunque attivi sul territorio nazionale. La previsione del governo era quella di fare cassa con almeno il 50 per cento di essi per iscrivere alla voce “entrate erariali straordinarie” 35 milioni entro il 31 gennaio e altri 187 nel corso del 2015. Previsione che però si sarebbe infranta, secondo le indiscrezioni raccolte dall’agenzia specializzata Agipronews, contro il secco “no” dei bookmakers teoricamente abusivi. Risultato: un buco da 222 milioni nelle coperture individuate dalla Ragioneria generale dello Stato. Una spallata pesante e difficile da riequilibrare per il premier, se le cifre saranno confermate: ma a sentire gli addetti ai lavori è questione di pochi giorni perché lo siano. 

La querelle è lunga e molto complessa dal punto di vista tecnico-legale. In estrema sintesi, sul nostro territorio coabitano due tipi di centri scommesse. I primi, e largamente maggioritari, sono quelli dotati di concessione pubblica (emessa dai Monopoli di Stato prima e dall’Agenzia Dogane e Monopoli poi), pluriennale e spesso pagata a caro prezzo; i secondi operano invece senza licenza perché formalmente classificati come Ctd, centri trasmissione dati, per conto di concessionarie estere: per usare una metafora, raccolgono i soldi ma non “tengono il banco”, che invece si trova all’estero, e per questo motivo sempre all’estero pagano le tasse, godendo spesso e volentieri di aliquote fiscali più basse che permettono loro di piazzare quote competitive. Molti di essi sono da tempo in cerca di regolarizzazione per via giudiziaria, tra alterne fortune commerciali e sentenze penali, amministrative o europee di diverso orientamento: in ogni caso ad oggi la loro presenza in Italia è parecchio radicata. E in un momento come questo, con la raccolta che - al netto dell’effetto Mondiali di calcio della scorsa estate – fa registrare significativi arretramenti dopo quasi 15 anni di crescita, scatena la protesta dei concorrenti “legali”. 

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Per chiudere la disputa e contemporaneamente fare cassa, il governo aveva appunto inserito nel dl Stabilità un emendamento che consentirebbe agli “illegali” di sanare la propria posizione versando, oltre alle imposte arretrate (o meglio il differenziale rispetto a quelle già pagate all’estero), 10 mila euro per ciascun centro. I tecnici che hanno messo a punto la norma ipotizzavano un’adesione pari alla metà degli aventi diritto che avrebbe avuto il doppio effetto di arricchire l’erario e ridurre l’offerta di puntate borderline. Ridando così un po’ di fiato anche ai concessionari storici, a loro volta sul piede di guerra perché lo stesso emendamento li colpiva con 500 milioni di prelievo aggiuntivo annuo.

Apriti cielo: dopo le molte perplessità di ordine giuridico mostrate dagli addetti ai lavori sono arrivati i rifiuti delle principali sigle teoricamente interessate. Secondo Stanleybet, il bookmaker più agguerrito, aderire alla sanatoria “sarà l’inizio di un incubo: viene chiesto all’agenzia di sottoscrivere un contratto che ancora non è stato neanche predisposto o pensato da chi ha fatto la legge”. Di “salto nel buio” parla anche l’austriaca Sks365, visto che la sanatoria fiscale “non garantisce il rilascio della licenza di polizia né altri eventuali provvedimenti di chiusura disposti dalle Questure”. Definisce l'emendamento contestato “beffa” e “favore” ai vecchi concessionari anche il bookie maltese BetUniq. Poche ore fa è arrivata anche la rinuncia di B2875.

Ma sul piede di guerra ci sono anche i concessionari italiani, che rifiutano il balzello aggiuntivo da 500 milioni. L’Associazione di categoria Acadi, in una nota, definisce la tassa “esorbitante nell’ammontare, iniqua perché colpisce gli operatori a prescindere dalla propria capacità contributiva, irrazionale perché si configura quale flat tax in un mercato in declino, pericolosa perché rischia di riportare sensibili quote di mercato verso il gioco illegale”. L’Acadi, che raccoglie i big di settore come CogetechLottomatica e Sisal (peraltro beneficiata da un emendamento ad hoc sul Superenalotto che gestisce in esclusiva) sostiene che molte sale stiano già pensando alla chiusura. Sospetto confermato a Panorama.it da un importante operatore del centro Italia: "Se i decreti attuativi in via di approvazione manterranno lo stesso approccio dell'emendamento" assicura "si salveranno in pochissimi. Solo nel Lazio ci sono a rischio almeno 70 punti gioco".

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