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Rugby Italia: i retroscena dello scontro tra azzurri e Fir

Tutto sulla figuraccia della nostra palla ovale alla vigilia dei Mondiali, tra risultati deludenti e un faticoso accordo sui premi

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Gianluca Ferraris

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Ci hanno raccontato che era lo sport per eccellenza. Quello dove i valori, l’etica, il gruppo, la maglia sudata, venivano prima di qualsiasi altra considerazione. Quello dove le liti di ogni tipo, dentro e fuori dal campo, sfumavano all’istante nella retorica del terzo tempo davanti a un boccale di birra. Quello dove gli sponsor, le tv e la federazione non erano controparti degli atleti, ma entità folgorate dal fair play e pronte a elargire soldi e pacche sulle spalle anche quando si perdeva di 60 punti.

Ce lo avevano raccontato perchè, probabilmente, per molto tempo è andata davvero così. Ma, come si dice, business is business e così, al termine di una guerra di nervi durata più di un mese, il rugby italiano è finito ad avvitarsi in un pastrocchio politico-economico molto poco edificante, molto simile alle gazzarre che siamo abituati a vedere in ambito calcistico e potenzialmente in grado di sporcare l’aura di felice diversità che da sempre è l’asset più qualificante di questo sport.

Ricapitoliamo i fatti. Dopo l’ultimo, deludente Sei Nazioni (una sola partita vinta e la caduta fino al quindicesimo posto del ranking internazionale), il presidente della Federazione italiana rugby Alfredo Gavazzi aveva proposto di sostituire i gettoni di presenza degli azzurri con premi legati ai risultati conseguiti sul campo. Nonostante la risposta negativa del Gira, il sindacato dei giocatori, alla vigilia del periodo di preparazione ai Mondiali la Fir ha ribadito la sua linea. Le trattative sono proseguite senza sbocco fino a quando, con la nazionale già in ritiro in Trentino, la Fir ha dichiarato di aver “preso atto della volontà, manifestata ieri sera dai giocatori convocati in raduno, di non prendere parte agli allenamenti e di non indossare materiale sportivo Fir sino al raggiungimento di un accordo economico per la partecipazione alla preparazione estiva ed alla Rugby World Cup di settembre in Inghilterra”, e di aver di conseguenza deciso di annullare il ritiro e rendere i giocatori nuovamente disponibili ai loro club di appartenenza. Con in più l’umiliazione di costringere gli azzurri a liberare le camere dell’albergo entro le 12 se non violevano pagarle di tasca propria. Nello stesso comunicato Gavazzi si diceva deluso dall’atteggiamento assunto dagli atleti, non tanto per la situazione contingente ma perché tale decisione denota la non volontà di investire sulle proprie capacità sportive”. Diversa la versione del Gira, secondo il quale la decisione di interrompere il soggiorno era stata unilaterale.

Nelle ultime ore, dopo un vertice andato in scena la notte di martedì, tra le parti si è registrato un significativo riavvicinamento. I giocatori hanno accettato la rivoluzione voluta dal presidente Gavazzi: più soldi solo se vinci. Ma al tempo stesso hanno ottenuto - è non è poco - più diritti per la loro carriera di professionisti, in termini di polizze assicurative e gestione personale dei diritti di immagine. Che poi secondo molti erano i veri nodi della questione, dato che la carriera nella palla ovale non è lunga nè lucrosa come quella di altri sport e ciascun giocatore punta a monetizzare al massimo. Sono stati leggermente ritoccati anche i premi a vincere: partecipando ai tre test match premondiali in agosto e ai mondiali gli azzurri guadagneranno 5mila euro lordi di gettone a testa più altri 16 mila (8+8) se batteranno, come da pronostico, Canada e Romania. Sono infine previsti 12mila euro per la vittoria sulla Francia e 16mila per l'Irlanda, ma qui siamo tendenzialmente nel campo della fantascienza. Sono comunque cifre abbastanza ridicole se paragonate a quelle che girano in altri sport, non solo nel calcio.

Restano in sospeso tre questioni.

La prima: davvero non era possibile accordarsi su queste basi economiche, non lontanissime da quelle iniziali della Fir, prima del ritiro e dunque prima di esporsi a una figuraccia internazionale? Senza dimenticare che il tutto è avvenuto negli stessi giorni in cui l’Italia sta ospitando il mondiale Under20 e decidendo se presentare la propria candidatura a ospitare l’edizione 2023 di quello maggiore.

La seconda: al di là dei torti e delle ragioni, una federazione sportiva che manca palesemente di presa sulla punta del suo movimento dovrebbe comunque esaminare a fondo la sua governance recente, mettendoci su una buona dose di spirito autocritico. E forse lo stesso dovrebbe fare il ct azzurro Jacques Brunuel, apparentemente incapace di fare da “cerniera” tra le parti come il ruolo, soprattutto nel mondo della palla ovale, invece richiederebbe.

La terza: non sarebbe il caso di istituzionalizzare certe regole e distribuire meglio le (poche, per carità: ma questo è un discorso valido per quasi tutti gli sport) risorse a disoposizione della Fir? Nel 2011, alla vigilia dello scorso Mondiale e a pochi mesi dall’insediamento di Gavazzi, avevano tenuto banco le polemiche sul bilancio della Fir.

Ancora oggi il dato che salta maggiormente all’occhio, e che ha suscitato le maggiori divisioni, è la ripartizione del budget: le entrate della Fir (tra contributo Coni, diritti tv e sponsorizzazioni) ammontano a una quarantina di milioni. Di questi, però, la maggior parte servono a finanziare l’attività delle nazionali e delle squadre del campionato maggiore. Anche se al momento nessuna di loro sembra averne beneficiato sul piano dei risultati sportivi conseguiti, nè a quanto pare i giocatori hanno goduto di un sufficiente affrancamento degno di uno sport professionistico.

I fondi destinati all’attività di promozione sul territorio, invece, superano a stento il 10% del budget, tra contributi diretti ad associazioni e società sportive, “progetto scuole” e acquisto materiale tecnico-sportivo. Un investimento che evidentemente non può bastare a realizzare una vera promozione sportiva, o a diffondere una cultura del rugby in famiglia, a scuola, nella società, nel pubblico. Si tratterebbe di investimenti di lungo periodo ma essenziali per creare negli anni a venire movimento, business e indotto attorno al rugby azzurro. Forse bisognerebbe ripartire da qui.

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