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Enduro 2017: il Grande Ritorno tra le colline astigiane

Dopo anni di lontananza, torniamo a mettere i tasselli nei luoghi in cui tutto ebbe inizio

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Luciano Lombardi

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Ne è passato di tempo da quell’ottobre di cinque anni fa, cioè da quando proprio da queste parti, tra i boschi delle colline astigiane, feci la mia prima vera uscita in fuoristrada dopo il debutto assoluto in sella a una moto da enduro.

A ripensarci, e a riguardare le immagini di allora, mi faccio tenerezza da solo, infagottato in quell’abbigliamento tecnico rimediato alla bell'e meglio all'ultimo momento e con un’idea di come guidare una moto fuori dall’asfalto che definire approssimativa è un eufemismo.

Questi luoghi sono anche quelli dove quella “prima fase” dei miei rapporti con l’enduro si è chiusa, soltanto pochi mesi dopo: era una freddissima giornata di gennaio e una caduta di quelle che non sai né come né perché mi spinse ad appendere al chiodo il casco con la visiera. E addio al meraviglioso mondo delle strade "prese di traverso".

Il Grande Ritorno

In realtà - ma all’epoca non potevo saperlo - quello era solo un arrivederci, poiché dopo anni di quiescenza quel virus che colpisce gli enduristi è ritornato attivo e rieccoci quindi nuovamente qui, all’appuntamento con un manipolo di altri “malati” di off-road davanti all’officina/concessionario/ritrovo di Pasquale Cianci, il Gran Visir.

Quando arriviamo, il parcheggio antistante è già bello intasato, tra chi sta facendo scaldare la moto, chi la sta ancora scaricando dal furgone, chi sta parcheggiando auto e carrello. E altri sono affaccendati nella vestizione. Qualcuno deve ancora arrivare.

Almeno una quindicina di enduristi indaffarati, quindi, che non aspettano altro che andare a fare il pieno di benzina, andare ad alzare un po’ di polvere e scacciar via tutto lo stress della settimana che si è appena conclusa.

Quando siamo tutti pronti, ciascuno con il suo scarico bello fumante, all’appello rispondono ben 28 moto, tutte monocilindriche, in un rapporto 1 a 4 tra due e quattro tempi.

Mi inserisco nel gruppo dei più tranquilli guidato da Cianci. Con noi una decina di altri rider mentre i rimanenti vanno nell’altra compagine.

Per entrambi il giro sarà pressoché il medesimo, facile, ma non troppo, e divertente, molto, e a far la differenza sarà soltanto l'andatura con la quale si svolgerà.

La giornata è splendida, soleggiata e senza neppure un batuffolo di nuvola. La temperatura è vicina allo zero ma ce ne accorgiamo soltanto nei dieci minuti di trasferimento sull’asfalto.

Non appena i tasselli affondano nel primo tratto sterrato siamo già tutti in piedi sulle pedane e il freddo svanisce nel nulla.

Nel nirvana dell'off-road

Qui la strada è scorrevole e il fondo di terra asciutta ma morbida garantisce una bella trazione.

Terza, quarta, quinta, staccata, giù due marce e peso in avanti, gas e via nel primo tratto in salita in quello che sembra un enorme scivolo di un parco acquatico, dalle altissime sponde naturali che ti danno modo di curvare con il gas aperto.

Una vera goduria, nonostante il fatto che qui il terreno sia ricoperto di un tappeto omogeneo e pure bello spesso di foglie secche dal foliage che va dal verde al giallo, al marrone e fino al rosso accesso.

Perché quando fai enduro, anche l’occhio vuole la sua parte.

Il ritmo che il capofila imprime al gruppo è perfetto, non troppo veloce, non troppo lento, frutto di anni di esperienza nel portare a spasso gli enduristi, sia da queste parti che in Sardegna e all’Isola d’Elba, i due luoghi di adozione per le trasferte che la premiata ditta Cianci organizza più volte nel corso dell’anno.

Arrivati alla sommità del lungo canalone attendiamo che il gruppo si ricongiunga, dopodiché, attraverso un sentiero che costeggia i vigneti ci ritroviamo alle porte di un tratto tanto divertente quanto impegnativo.

Non tanto per la conformazione del percorso, quanto per il fondo, sabbioso, con qualche solco infangato.

Qui - tiene a ricordare a tutti la guida in testa al gruppo - due sono le cose fondamentali: peso arretrato, in modo che la ruota anteriore “galleggi” senza rischiare di affossarsi e portare alla caduta del pilota, e marce alte cosicché lo spin della ruota posteriore sia ridotto al minimo.

E poi gas quanto basta in relazione ai propri riflessi, al proprio grado di controllo del mezzo, al personale rapporto con la velocità in una condizione di equilibrio che rimane comunque costantemente precaria.

Gas, pranzo, ritorno in sella

A metà mattinata arriva il momento per fare il pit-stop tecnico al bar dove incontriamo i piloti dell’altro gruppo.

Mezz’ora per rifocillarsi e siamo di nuovo in sella. Riparto tra le fila dei più veloci e, fin da subito, è più che evidente che sarà tutto un altro andare, in una continua alternanza tra sterratoni da quarta e quinta marcia, single track tra gli alberi e la vegetazione fitta, canaloni, e sotto le nostre ruote sempre terra, sabbia, foglie e ghiaia senza soluzione di continuità.

L’andatura è tale da proiettarmi, a un certo punto, in una sorta di tranche motociclistica, dove tutto avviene in maniera automatica, velocissima, e tutta la varietà dei colori che, fino a poco tempo fa, allietava il colpo d’occhio è diventato un unico flusso che scorre rapidissimo e indistinto.

Quando arriviamo al ristorante dove stiamo per sederci tutti a pranzare sono ancora frastornato per quel ritmo così serrato e ai limiti delle mie possibilità.

Alla fine del pasto ripartiamo e c’è tempo ancora per un’altra oretta tra i boschi, questa volta tutti assieme. Dopodiché si ritorna alla base.

Appuntamento alla prossima.

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