Sport

Doping. Un’inchiesta terremoto sta per travolgere 70 campioni

A rischio tutti quelli che hanno avuto contatti con il dottor Ferrari, da Alex Schwazer a Macchi

Un fotomontaggio con Alex Schwazer, l'atleta che ha ammesso di essersi dopato

di Giacomo Amadori e Gianluca Ferraris

Un terremoto sta per travolgere il mondo dello sport. E potrebbe letteralmente fare impallidire il brutto scandalo che ha atterrato Alex Schwazer, il marciatore olimpionico altoatesino squalificato alla vigilia dei Giochi di Londra per l’accusa di doping. Il terremoto parte da una città veneta e da un medico ferrarese, da anni presente nelle cronache sportive (ma anche in quelle giudiziarie): Michele Ferrari. La Procura di Padova lo indaga per le durissime accuse di associazione per delinquere finalizzata al traffico e all’utilizzo di sostanze dopanti, riciclaggio, evasione fiscale e contrabbando.

La notizia, clamorosa, è che dopo Schwazer una settantina di atleti italiani e stranieri, attivi in varie discipline, avrebbero avuto di recente contatti proibiti con Ferrari. Tutti sono indagati a Padova. E soltanto per un incontro con il medico, che nel 2002 la giustizia sportiva ha inibito a vita dalla frequentazione con i tesserati, adesso rischiano la squalifica. Il primo cenno di questo terremoto, il primo sussulto sul sismografo, risale al settembre 2010. La scena si svolge sull’Appennino bolognese. A bordo del suo camper, attrezzato come un laboratorio, Ferrari incontra un ciclista di San Marino, un trentacinquenne ancora con qualche ambizione. I due non lo sanno, ma sono pedinati dagli agenti della Procura di Padova: l’atleta, secondo l’accusa, è un «pusher» di eritropoietina, detta anche Epo, farmaco dopante vietatissimo. E si sospetta che stia portando al medico una partita di fiale appena arrivata sul Monte Titano da Milano.

I detective hanno farcito il furgone di cimici e ascoltano i due, che parlano di dosaggi, di prezzi. «Hai detto che sono 63 da 4 mila» dice Ferrari. E aggiunge: «15,75 da 1.000 per 50». Il sorriso degli investigatori si allarga: 15,75 è il prezzo ufficiale delle fiale di Epo da 1.000 u.i., l’unità internazionale che misura la concentrazione di ormoni in una soluzione. Arriva il momento del congedo, Ferrari offre al ciclista un tè freddo. Lui si sottrae: «No, no, c’è lo zucchero». Evidentemente lo spaventa più dell’Epo. Pochi giorni dopo quell’incontro, il ciclista è stato interrogato e perquisito per ordine del pm padovano Benedetto Roberti, ex magistrato militare: nel suo frigo la polizia ha trovato alcune fialette della sostanza. Ferrari, invece, ha chiesto di essere interrogato, finora senza soddisfazione.

Panorama ha cercato e incontrato il «Mito» (soprannome di Ferrari e dell’inchiesta che lo riguarda) alle porte di Ferrara. L’uomo si presenta al cancello di una villetta in mattoni rossi, lungo la statale che conduce al mare. È un cinquantanovenne brizzolato, asciutto. Indossa calzoncini sportivi e ciabatte, e una maglietta bianca e rossa con su scritto «Dottor Ferrari». Chiede, ironico: «Sta cercando me?». Quelle che seguono sono le prime dichiarazioni a 360 gradi che Ferrari abbia mai rilasciato a un giornalista. Sulle intercettazioni che lo riguardano, il medico sdrammatizza: «Il camper è ancora qui nel mio cortile, anche se non è di mia proprietà. Se l’ho bonificato dalle microspie? No, ho piacere che mi ascoltino: a volte potrei anche avere giocato qualche scherzetto a quei signori» sorride Ferrari. Poi si fa serio: «Badi che io non ho condanne penali, per questo ritengo l’inibizione del 2002 nulla e infondata».

In effetti, Ferrari nel 2006 è stato assolto in un procedimento bolognese per frode sportiva e doping farmacologico, dopo una condanna in primo grado. Oggi il medico nega con forza di consigliare il doping e decanta le sue tabelle che migliorano le prestazioni puntando su dieta, postura, allenamenti in altura e iperidratazione presforzo.

Però le indagini su di lui continuano senza sosta. Da una parte all’altra dell’oceano. La polizia giudiziaria italiana (i carabinieri del Nucleo antisofisticazioni di Firenze e Brescia e il nucleo mobile della Guardia di finanza di Padova) ha pedinato Ferrari per mesi, tanto che il fascicolo è corredato da molte foto rubate. «Il cowboy e i cacciatori di scalpi» come Ferrari chiama gli inquirenti, hanno viaggiato dal Texas a Monte-Carlo, da Sankt Moritz a San Marino, fino alle Canarie.

Lo hanno seguito nei luoghi dei suoi stage: sulla pista di atletica a due passi da Silvaplana, sulle Alpi svizzere, dove affittava casa; e nel rustico hotel ai piedi del vulcano Teide a Tenerife. E ovviamente anche nella sua casa di Monte-Carlo, quella di cui è stato chiesto il sequestro («Ma il giudice l’ha
rigettato per difetto di motivazione» giura Ferrari), quartier generale del figlio Stefano, il quale gestisce il sito internet del padre, intitolato «53x12», con il server in Finlandia.

Grazie a questo monitoraggio sono finiti nella rete e iscritti sul registro degli indagati una settantina di atleti, la maggior parte ciclisti professionisti (ma non mancano gli amatori), molti originari dell’ex Unione Sovietica. E sarebbero invischiati anche campioni dell’atletica leggera, dal triathlon alla maratona, sebbene Ferrari con Panorama neghi d’interessarsi a questi sport. Ai primi d’agosto il suo nome è stato associato a quello del marciatore Schwazer, squalificato alla vigilia dei Giochi di Londra per avere assunto Epo. L’atleta ha giurato di essersela iniettata da solo nel luglio scorso. Ma il peccato che il mondo dello sport non gli perdona sono i suoi rapporti (passati, giurano entrambi) con Ferrari. Il quale con Panorama ricorda così il loro incontro: «Sono stato contattato da Schwazer nel luglio 2009; c’incontrammo a Sankt Moritz, dove mi trovavo in vacanza. Abbiamo cercato di mantenere riservata la collaborazione, però non ci siamo mai nascosti: a Ferrara i test su strada li facevamo sull’argine destro del Po, su una pista ciclabile assai frequentata. Vi assicuro che è molto difficile non riconoscere un umano che marcia a 16 km all’ora».

Otto, dieci incontri in Emilia, dice Ferrari. E due fuori. «Ci siamo visti un paio di volte sul mio camper». A Verona Nord il 1° maggio 2010 e a Vipiteno (Bolzano) nell’estate dello stesso anno. «A Verona fra l’altro c’era anche Carolina (Kostner, pattinatrice e compagna di Schwazer, ndr), che era andata a vedere una gara di Alex». Una circostanza sino a oggi inedita e che solleva qualche interrogativo sulla versione di Schwazer. Il 20 aprile 2011, letti alcuni articoli su Ferrari, il marciatore avrebbe deciso di interrompere il loro rapporto, con una’email: «Da allora non ho più avuto alcun contatto con lui» assicura il medico.

Per gli inquirenti italiani, Ferrari e i suoi presunti soci (tra cui un procuratore emiliano, specializzato in campioni dell’ex Unione Sovietica) offrirebbero ad atleti senza scrupoli pacchetti «all inclusive» (da 50 mila euro l’anno per gli sportivi più facoltosi), comprensivi di assistenza medica, consulenza
nei contratti con le squadre e legale (grazie a due avvocati, uno svizzero e una italiana).

Il menu includerebbe, sempre secondo le accuse padovane, la possibilità di eludere il fisco (attraverso società ad hoc, ufficialmente specializzate in diritto d’immagine) e di aprire conti in Svizzera (ne sarebbero stati sequestrati diversi), in particolare in una banca di Locarno. Per questo tra gli indagati ci sono funzionari di istituti di credito elvetici. «Ma io nella mia vita ho aperto e chiuso un solo conto all’estero: nel 2010, a Neuchâtel» protesta Ferrari. L’indagine avrebbe messo nel mirino una squadra in particolare: l’Astana, finanziata con i soldi del gas del Kazakhstan e il cui ciclista di punta è Aleksandr Vinokurov, fresco di medaglia d’oro alle Olimpiadi londinesi. Classe 1973, kazako con residenza monegasca, Vinokurov nel 2007 viene fermato ai controlli antidoping al Tour de France. L’Astana si ritira in blocco dalla gara e lui annuncia l’addio alle corse. Per
poi ripensarci.

Hanno alle spalle accuse di doping anche altri due big del pedale finiti nelle carte dell’inchiesta padovana. C’è il marchigiano Michele Scarponi, ex compagno di squadra di Vinokurov che in passato ha scontato una squalifica di un anno e mezzo. C’è lo scalatore Franco Pelizzotti, fermato nel 2010 per irregolarità nei valori ematici e condannato a due anni di squalifica. Poi ci sono i volti puliti di Giovanni Visconti, tre volte campione italiano; di Leonardo Bertagnolli, professionista appena ritirato, e di Filippo Pozzato, che non è indagato ma è stato escluso dalla squadra azzurra (di cui era capitano) a Londra proprio per avere frequentato Ferrari tra il 2005 e il 2009.

Tra i pazienti del Mito secondo gli investigatori ci sarebbero addirittura sportivi paraolimpici, come Fabrizio Macchi, bronzo ai mondiali di ciclismo su pista, in gara alle prossime Paraolimpiadi di Londra. Macchi precisa: «Ferrari non mi ha mai seguito, lo conosco perché sua figlia ha fatto la tesi in scienze motorie su di me». O come Pasquale Campedelli, il riminese medaglia d’argento nel ciclismo su strada ad Atlanta nel 1996, per gli inquirenti «destinatario di farmaci dopanti». Tutti rischiano la squalifica.

L’indagine, già chiusa, avrebbe poi appurato che a Ferrari non si rivolgono solo ciclisti professionisti: dagli atti affiora il fenomeno preoccupante degli amatori vecchi e giovani, pronti a doparsi per conquistare una coppa di latta. C’è l’assicuratore ultracinquantenne raggiante per un secondo posto in una cronoscalata per dilettanti. C’è il gioielliere benestante che investe tempo e denaro per stare vicino ai suoi miti e in casa conservava fiale di ormoni della crescita. Nel maggio 2011 i finanzieri lo trovano nella camera del ciclista ucraino Jaroslav Popovich, in un albergo sulle Dolomiti, quando si presentano per una perquisizione. «Sono qui per salutare il mio amico Jaro, è forse vietato?» chiede il gioielliere. Non lo è, anche se il nome di Popovich resta uno dei più controllati a livello internazionale. Gli sceriffi dell’Usada, l’agenzia antidoping americana, hanno da poco chiesto ai carabinieri del Nas le carte dell’inchiesta padovana che lo riguardano, visto che è stato per anni il gregario di Lance Armstrong, un tempo assistito da Ferrari e oggi nel mirino degli investigatori a stelle e strisce.

Travis Tygart, numero uno dell’Usada, riuscì a fare chiudere la Balco, il laboratorio di San Francisco che è appena tornato alla ribalta per i presunti legami di un suo ex preparatore atletico con il campione giamaicano Usain Bolt. A Panorama Tygart dice che «ci sono legami tra le due indagini» e rivela che il 12 luglio anche l’antidoping americano ha inibito a vita Ferrari. Lui alza le spalle: «A me questa inibizione proprio non risulta...».

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