Noi donne nel calcio
Virtus Lanciano
Noi donne nel calcio
Sport

Noi donne nel calcio

Una volta si diceva che il pallone non era uno sport per signorine. Ma i tempi (e i ruoli) sono per fortuna cambiati...

Il calcio non è uno sport per signorine. La celebre frase pronunciata dallo storico centrocampista del Vercelli, Guido Ara, è stato l’andante sbandierato da coloro che per decenni hanno considerato il mondo del pallone come la roccaforte maschile per antonomasia. Io, in questo mondo, sono entrata ormai sette anni fa, quando la mia famiglia ha preso le redini della Virtus Lanciano inaugurando la gestione Maio, e posso affermare che il calcio non è più uno sport “a porte chiuse” per le donne, tutt’altro.

Il recente passato del calcio italiano riporta storie di successi “in rosa” che hanno ridisegnato ruoli, competenze e luoghi comuni sulla figura femminile, all’interno di un sistema tradizionalmente governato da uomini. La mia esperienza personale, ad esempio, è quella di una donna che è riuscita a ottenere grandi soddisfazioni grazie all’impegno, alla costanza e alla professionalità che hanno reso possibile superare le differenze di genere sia dal punto di vista istituzionale sia da quello personale. 

I percorsi di Rosella Sensi, Valentina Mezzaroma e, più recentemente, di Paola Cavicchi, rispettivamente con Roma, Siena e Latina, o la nomina di Laura Paoletti come Team Manager della Fiorentina, che conta due donne anche nel CdA (Daniela Maffioletti e Maria Carmela Ostillio), e ancora il ruolo di Barbara Berlusconi ai vertici del Milan, sono solo alcune delle più dirette testimonianze di quanto il contributo del gentil sesso nel calcio italiano sia non solo più presente, ma anche valido e apprezzato.

Nel mio caso, inoltre, proprio la vita personale e il lavoro si intrecciano indissolubilmente, sebbene non si sovrappongano mai: presidente di una squadra di calcio, ma anche madre presente e moglie di uno dei calciatori della Virtus Lanciano, Manuel Turchi. Non nego che nei primi anni abbia dovuto fare i conti con qualche interlocutore che metteva sistematicamente in primo piano il “colore”, l’aspetto curioso e singolare di questa doppia vita. Ma se è vero che il calcio è lo specchio della società, anche questo aspetto rappresenta un segno che i tempi sono cambiati, e che una donna può essere in grado di gestire serenamente sia l’intimità familiare sia gli impegni professionali, senza condizionare nessuna delle due sfere. Proprio come succede a me e Manuel, che riusciamo a scindere con equilibrio e coerenza il momento in cui siamo un presidente e un calciatore da quello in cui siamo moglie e marito, madre e padre.

Spesso sul ruolo e sulla presenza femminile si tende a ragionare in termini quantitativi: quante donne sono impiegate attivamente nel mondo del calcio? Da questo dato si definisce il il livello di “apertura” del sistema calcio nei confronti delle donne. Un tipico approccio da “quote rosa” che non ho mai condiviso, poiché lo considero disfunzionale per due ragioni: la qualità e la professionalità delle persone non dovrebbero misurarsi attraverso semplici criteri di genere, poiché il rischio è che il contributo generico delle donne finisca col diventare un cliché a sua volta, nel calcio come nella politica o in ogni altro contesto lavorativo. Il grado di partecipazione della donna, inoltre, andrebbe misurato sulla base della qualità degli incarichi che le vengono affidati, dei ruoli di responsabilità che ottiene.

E’ su questo ragionamento che andrebbe impostata l’analisi, per fare in modo che il processo risulti davvero decisivo, non come obbligo burocratico, ma come vantaggio concreto, calcolabile in termini di qualità e non di quantità. Un sistema capace di aprirsi al contributo di tutti, anche a quello femminile, senza filtri precostituiti e senza limitazioni di categoria, che punti a premiare il merito, le competenze, l’impegno e la capacità d’innovazione non può che migliorarsi e, magari, costituire un esempio per altre realtà del nostro Paese.

Ti potrebbe piacere anche

I più letti