ESCLUSIVO - D'Agostino: "Dovevo andare al Real Madrid, ora il mio futuro è negli States"

Parla il centrocampista che quattro anni fa era al centro del mercato italiano. Ora sogna di chiudere la carriera al di là dell'Oceano

Gaetano D'Agostino – Credits: Ansa

Nicolò Schira

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A essere scontati potremmo scrivere di lui che l'ennesimo esempio di chi, sulle note del capolavoro di Renato Carosone, sogna gli States alle stregua di un "Tu vuò fa l'americano". Nella storia di Gaetano D'Agostino, professione centrocampista, i significati insiti in una scelta così radicale sono decisamente più profondi. C'è la voglia di vivere l'esperienza con un calcio incontaminato dalle polemiche e dai malesseri caratterizzanti il movimento nostrano. Il desiderio di ritrovare la passione fanciullesca di dare un calcio ad un pallone. La stessa che riesce a trasmettere ai ragazzini della sua scuola calcio a Firenze, quando infila gli scarpini per giocare con loro. Dall'MLS è forte il corteggiamento di Dc United, Colorado e soprattutto Montreal Impact. Il regista del Siena nel giorno del suo settimo anniversario di matrimonio si è confessato a trecentosessanta gradi a Panorama.it, svelando gustosi aneddoti riguardanti la propria carriera.

Gaetano, partiamo dall'inizio. Roma 2000/01: lei fa parte della rosa di Fabio Capello che conquista il terzo tricolore della storia giallorossa. Ricordi?

"Quell'anno ho giocato una sola partita, a Brescia e vincemmo 4-2 ma fui sostituito. Ricordo che il mister mi disse di marcare Bisoli. Ovvero un mediano di forza e quantità ed io che all'epoca facevo il trequartista andai un po' in difficoltà. Mi feci ammonire e Capello mi sostituì pochi minuti dopo il mio ingresso in campo. A fine partita era scoraggiato, ma Franco Baldini mi incoraggiò. Fabio Capello è il tecnico più severo ed importante della mia carriera, mi ha insegnato moltissimo".

I giallorossi la mandano a Bari per arrivare ad Antonio Cassano...

"Quelli in biancorosso sono stati i due anni più belli della mia carriera. In campo mi divertivo e mi sono sentito giocatore. Purtroppo per la squadra non è stata un'annata straordinaria e siamo retrocessi in Serie B, ma a livello personale e umano conservo un grande ricordo della piazza barese".

Il ritorno nella Capitale coincide con l'anno dei quattro allenatori (Prandelli-Voeller-Delneri-Bruno Conti).

"Non fu una stagione esaltante. Voeller arrivò perchè non poteva dire di no alla piazza, ma appena entrò nello spogliatoio ci disse che non si sentiva allenatore. Con Delneri ricordo che mi schierava esterno sinistro nel 4-4-2. Non propriamente il mio ruolo; infatti contro la Sampdoria fui travolto da Zenoni. Per cercare di fermarlo ero costretto ad entrate durissime".

Gira diverse piazze, finchè non approda ad Udine a titolo definitivo. Lì ci fu la svolta della sua carriera...

"L'Udinese è un club organizzatissimo. Con loro devi solo pensare a giocare, di tutto il resto si occupano loro. In bianconero incontrai mister Malesani che insieme al suo vice Ezio Sella cambiarono la mia carriera. Il mister una domenica ebbe l'intuizione di schierarmi centrocampista centrale davanti alla difesa al posto dello squalificato Muntari. In quel ruolo riuscii a dimostrare tutte le mie qualità e infatti divenni titolare fisso".

Con Marino la cavalcata divenne irresistibile e l'Udinese arrivò fino ai quarti di finale di Coppa Uefa, praticando un calcio spettacolare ed entusiasmante...

"Con lui ho dato il meglio di sè. E' l'allenatore insieme a Capello e Malesani al quale dirò sempre grazie. Eravamo una grande squadra, basti pensare che in quell'Udinese giocavano gente come Di Natale, Quagliarella, Asamoah, Muntari, Pepe,Inler, Zapata, Handanovic, Sanchez...".

Tutti approdati in grandi squadre, tranne lei...

"Le possibilità ci sono state anche per me e pure molto importanti. Evidentemente non era destino. Altri giocatori al mio posto sarebbero crollati psicologicamente, invece per fortuna sono riuscito ad andare avanti. Merito del sostegno di mia moglie Selene e dei miei bambini Nathalie e Giuseppe".

Inevitabile pensare all'estate 2009 e alla tormentata trattativa con la Juventus: come andarono realmente le cose?

"La Juventus mi aveva cercato già a marzo e mi voleva fortemente. Ricordo che con loro era già stato trovato l'accordo a cifre importanti (1 mln 750mila euro a stagione). Era praticamente tutto fatto, solo che nel girone di ritorno segnai nove reti. Così l'Udinese rilanciò, chiedendo le metà di Marchisio, Giovinco e De Ceglie. La Juve offriva massimo diciotto-venti milioni e l'ulteriore richesta di venticinque mln fece saltare tutto. Per la prima volta mi sentii un prodotto. Noi calciatori siamo un indotto per i club, i sentimenti e i desideri non contano".

Sempre in quelle settimane non partecipa alla Confederations Cup, proprio per via del mercato.

"Lippi mi disse che preferiva portare qualcuno da più tempo nel gruppo ed inoltre lasciarmi tranquillo visto che ero al centro delle trattative".

E' vero che in un cassetto a casa sua ci sono i biglietti e la copia di un pre-contratto col Real Madrid?

"Confermo quanto hai scoperto. Non l'ho mai detto ma sono stato davvero a un passo dal Real. Due settimane dopo che era sfumata l'operazione con la Juve, mi avevano cercato. Anche con loro trovai immediatamente l'intesa. Un quinquennale da 2 mln di euro a stagione. Dovevo solo andare in Spagna per firmare, ma l'Udinese non chiuse l'affare. Volevano un paio di promesse madrilene come contropartita (oltre ai 20 mln per il cartellino ndr) e così saltò tutto e al mio posto presero Xabi Alonso dal Liverpool".

Dal sogno accarezzato di giocare nel club più importante del mondo alla conferma forzata in Friuli.

"Non fu una grande annata. I rapporti si erano deteriorati ed inoltre mi feci anche male al ginocchio. L'infortunio mi costò il Mondiale in Sudafrica, ma a fine campionato arrivò la Fiorentina...".

Come andò la trattativa con i Viola?

"Mi chiamò al telefono Corvino e nell'arco di poche ore si concretizzò, soprendentemente, il tutto. Quell'anno la squadra era rimasta svuotata dall'esperienza in Champions e pertanto in campionato faticò parecchio. Feci cinque gol in venti presenze. A livello personale mi sono trovato splendidamente, tanto che con mia moglie abbiamo scelto Firenze quale città in cui vivere".

Proprio a Firenze ha aperto una scuola calcio.

"Un progetto bellissimo ed affascinante. Il mio obiettivo è di aiutare questi bambini, riportando il pallone e il gusto di giocare al centro di tutto. Oggi tanti ragazzi vivono una realtà virtuale, non si gioca più in strada come ai miei tempi. Stare insieme al campo può rappresentare un momento di aggregazione. Ho scelto di avvalermi insieme a mia moglie (stilista che con la sua linea di moda Beraka cura anche le divise ndr) di uno staff di allenatore e preparatori tutti Under 30. Ragazzi appena laureati con la voglia di aiutare questi bambini ad avvicinarsi al gioco del calcio".

Come vede la Nazionale ai Mondiali che iniziano oggi in Brasile?

"Sarà una manifestazione molto delicata per il nostro calcio. In caso di flop potrebbero emergere tutti i problemi latenti del nostro sistema e scoppiare un nuovo caos. Altrimenti le cose verranno portate avanti come se nulla fosse. Personalmente non avrei escluso Giuseppe Rossi. Lo ritengo il miglior attaccante italiano e un ragazzo eccezionale dal punto di vista umano. Sento parlare di etica e morale nel gruppo azzurro, ma se viene trattato così Pepito credo siano solo parole di circostanza. Questi principi sono da attuare con i fatti, non bastano frasi fatte o due foto fatte ad eventi di beneficenza...".

Anche il celebre codice etico, poi spesso trascurato, denota l'ipocrisia del nostro calcio?

"Sicuramente sì. Inutile negare come nel calcio spesso regni l'ipocrisia. Oggi contano fattori esterni piuttosto che le qualità individuali. Si parla solo di Icardi e Balotelli, ma per il gossip e non per il rendimento in campo. Di Rossi non parla nessuno, eppure è l'attaccante italiano più bravo di tutti. All'estero lo sport è visto come puro spettacolo e divertimento. Da noi è una guerra".

Per questo ha scelto di trasferirsi all'estero?

"Esatto. Voglio divertirmi e giocare per il gusto di farlo, essere spensierato senza le polemiche nostrane. Sono un giocatore estroso e baso il mio calcio sulle giocate. In Italia c'è solo Pirlo come tipologia di giocare. Pensi che pure Verratti è dovuto migrare all'estero per emergere e giocare...".

La vogliono in Spagna ed Inghilterra, ma il suo sogno è davvero l'America?

"Potessi scegliere vorrei andare negli Stati Uniti, dove c'è una mentalità radicalmente opposta a quella del nostro paese. Solo Dio traccia la mia strada e sa cosa ci riserva il futuro, ma mi piacerebbe molto approdare Oltre Oceano. Vorrei farmi conoscere dall'altra parte del mondo per le mie qualità e non continuare a parlare di me per il passato o per le trattative di mercato che mi hanno visto protagonista. In Italia ho perso entusiasmo e passione. Da noi non c'è più il gusto per le cose semplici, come una punizione".

Come immagina il suo futuro?

"Fra qualche anno mi piacerebbe scoprire talenti. Amo il calcio e fa parte di me. Per adesso voglio continuare a giocare. Non credo che tecnicamente ci siano molti calciatori più forti di me in America e punto a dimostrarlo (sorride ndr)".

Lei ha giocato con tanti grandi campioni: ci fa il podio dei più forti?

"Sicuramente Di Natale: con lui abbiamo realizzato i gol più belli della storia dell'Udinese. Poi Sanchez, che è un fenomeno e non a caso la Juve lo vorrebbe riportare in Italia, e Totti. Ce ne aggiungo un quarto che non posso assolutamente escludere come Adrian Mutu".

Il portiere che l'ha fatta dannare di più?

"Abbiati. Con il Milan a San Siro ogni volta mi faceva delle parate incredibili. Su certe punizioni non so ancora adesso come sia riuscito ad impedire di farmi segnare".

In chiusura vorrei toccare un tasto extracalcistico se me lo concede: si parla molto della sua religiosità così come quella di Legrottaglie e Kakà. Un etichetta particolare in un mondo talvolta blasfemo come quello del calcio. Come convive con questa sua situazione da "mosca bianca" del sistema?

"L'etichetta di religioso è eccessiva. Religione vuol dire legare. Io ho vissuto esperienze meravigliose tramite la mia fede, parlo del mio vissuto. Ho conosciuto Gesù l'anno in cui ero alla Fiorentina. La parola religione mette angoscia, la fede dev'essere qualcosa di libero. In America c'è grande libertà di culto, anche fra gli stessi sportivi professionisti e tutto ciò mi affascina. Non mi dispiace passare per una mosca bianca, ma non ti nego che questo aspetto l'ho pagato nel mondo del calcio. Una frase che mi piace molto è rinnegatevi davanti agli uomini perchè vi rinnegherà davanti a Dio. Dio però non lega nessuno. Inoltre sono un ragazzo normalissimo. Se c'è da uscire in compagnia, lo faccio tranquillamente come qualunque persona. Spesso sulla Fede si dicono tante cose inesatte e si diffondono luoghi-comuni che nulla hanno a che vedere con la realtà delle cose e il comportamento delle persone".

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