Cosa ci lascia la Confederations Cup

Buone notizie per il gruppo di Prandelli ma anche due nei: l'attacco (senza superMario) ed i dubbi su Buffon

L'Italia alla Confederations Cup, durante i rigori con la Spagna (Credits: Jasper Juinen/Getty Images)

Carlo Genta

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No, non abbiamo cambiato idea per via dei lustrini e degli stadi pieni. Sempre di amichevoli si tratta, patinate fin che volete. Preview dei Mondiali, va bene. Ma manca un anno, un tempo in cui tutto può succedere. Ora è quasi luglio e di benzina non ce n’è più, come anche la moviola rossa della Spagna, che l’altra sera con noi viaggiava a ritmi da bianconero anni Cinquanta, ha dimostrato. Facce stravolte dal caldo, agonismo non da esasperazione, perché le caviglie (e le vacanze) giustamente meglio non rischiarle più di tanto.

Tutto questo non toglie che giovedì sera si siano presi a pugni i cuscini del divano. Perché l’Italia meritava di vincere quella partita, ben sapendo che nel calcio il merito conta zero e l’unico valore è sbatterla dentro. E non ci levate dalla testa che con il moro di Brescia sarebbe finita in altro modo. Ma contano zero pure i condizionali nello sport e non solo nel calcio.

La Confederation Cup ci infila nell’estate della breve tregua comunque con buone sensazioni, con l’idea di avere una squadra che somiglia a un club. E qui sta il merito, già molte volte riconosciuto, di Cesare Prandelli, ct molto trasversale che piace a grandi e piccini, mamme comprese con quell’aria e quei modi da brava persona. Abbiamo un bel corpo solido, un capo e una coda, dei leader riconosciuti, qualche ragazzo su cui contare.

In questo caso per la verità, visto bene solo De Sciglio che ci è piaciuto da matti contro il Brasile. Giovinco continua a sembrarci leggero come una piuma sui fronti internazionali, tanto che con la Spagna, dentro lui al posto del fighter Gilardino, l’Italia si è ammosciata. El Sharaawy è rimasto immerso nelle sue nebbie, smascherando i faciloni che tre mesi fa parlavano della coppia più forte del mondo, riferendosi a lui e a Balotelli. Ma sappiamo già che il Faraone si riprenderà, se non al Milan (come converrebbe a tutti, salvo che al contabile rossonero), da qualche altra parte. E tornerà utile.

Ecco, se proprio vogliamo qualche preoccupazione, abbastanza inutile, da mettere in valigia per pensarci d’estate, può essere la necessità di un attaccante affidabile e con qualche gol di pronto intervento nei piedi. Rimbalzeranno di nuovo i nomi del tamarro Osvaldo e di nonno Di Natale, potete scommetterci. Chiaro che Balotelli è il titolarissimo e il nostro di maggiore talento, ma non si può e non è giusto appoggiargli tutto il destino azzurro sulle spalle.

Quanto ai vecchi, sappiamo già che torneranno in Brasile quando conterà, ridotti uno straccio dalla stagione, tanto che a Pirlo risparmieremmo il ritiro premondiale per mandarlo piuttosto a respirare sulle Dolomiti, in vacanza pagata dalla Federazione e con il divieto di alzarsi dal letto prima delle undici di mattina. Unica attività consentita, passeggiata nel parco col gruppo degli over settanta e il bagno nella piscina coperta, che hai visto mai che gli venga il raffreddore. Forse sarebbe il caso di spedire con lui anche Buffon, che non esce benissimo dal torneo dell’oratorio mondiale. Qualcuno comincia, legittimamente, a domandarsi se debba proprio essere titolare della Nazionale per decreto. Ovviamente no. Ma restiamo convinti che in condizioni fisiche accettabili, continuerà ad essere il meglio disponibile anche tra un anno. In condizioni fisiche accettabili, ripetiamo. Poi, dando anche una botta alla scaramanzia che non fa mai male, ci ha sempre ricordato un po’ Dino Zoff, perfino nello stile e nella cantilena della parlata (certo non nelle cose che dice, specie quando gli parte la brocca). Bene, la storia di Zoff la sapete e quel tiro di Xavi smanacciato goffamente su San Palo, poteva essere parente delle sberle che Dino prese in Argentina ’78 da olandesi e brasiliani.

Qualcuno disse addirittura che non ci vedeva più e un portiere con gli occhiali non è il massimo della vita. Il finale della storia, scritto quattro anni più tardi, lo conoscete. Volesse il Cielo…

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