La nuova Inter di Mancini in 10 idee
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La nuova Inter di Mancini in 10 idee
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La nuova Inter di Mancini in 10 idee

Giovani, modulo, mercato, qualità, lavoro, sorriso... ecco il decalogo del nuovo (vecchio) allenatore nerazzurro

Il primo Mancini 2.0 è molto vicino al giovane Mancini che dieci anni fa, sedendosi al posto di Zaccheroni, coronava il sogno di una carriera: arrivare all'Inter che l'aveva tanto cercato. Anche e soprattutto come calciatore, prima di averlo come tecnico. Il Mancini 2.0 atterra sul pianeta nerazzurro con l'apparente consapevolezza di dover ripartire quasi da zero, ma anche con la sensazione di essere felice di farlo. Quasi come se la sfida fosse stata accettata proprio per questo motivo: non ritornare su sentieri già percorsi, ma sposare una società e un progetto completamente diversi da quelli di dieci anni fa. Nuovi e per questo stimolanti. Il Mancini che prende in mano l'eredità di Mazzarri, pesante sotto il punto di vista della depressione ambientale, anche se tutto sommato rimediabile per la classifica, non si nasconde le difficoltà e nemmeno pone limiti alle potenzialità. Un'iniezione di fiducia, quella che serviva dopo mesi di sguardi bassi e all'apparenza senza prospettive. Ecco il decalogo dei pensieri del tecnico jesino:

Sogno (ovvero ripetere i successi di un tempo)

Mancini lo ripete in almeno due occasioni: "Difficile fare paragoni con l'Inter del passato", ma la squadra che Thohir gli ha messo in mano "ha qualità" come quella che Moratti gli affidò nel 2004. Serve "fortuna" per "non rovinare tutto" e allo stesso tempo la consapevolezza che "non esiste la bacchetta magica". L'obiettivo, o meglio il sogno, è però ben chiaro nella testa: "Tornare a vincere in fretta, senza badare troppo a quanto tempo serva e concentrandosi solo sul presente". La strada è tracciata. Si abbandona il minimalismo mazzarriano (che era anche una precisa scelta societaria) e si torna all'aria di grandezza pre-Thohir. In questo Mancini si presenta più morattiano che indonesiano. 

Lavoro (ovvero nessun alibi)

La rosa non è di primissima qualità, il tempo a disposizione è poco, la strada da fare è lunga. Tutto giusto, ma il Mancini 2.0 questi concetti non li esprime in maniera esplicita. Quella che trasmette è la "fiducia nel progetto", che viene ripetuta due volte a precisa richiesta, e la necessità di far partire da subito il lavoro sul campo. Mancio ha bisogno di conoscere i giocatori, parlare con loro, confrontarsi. Non perdere nemmeno un minuto perché il calendario non lo consente, anche se nemmeno il doppio impegno ravvicinato contro Milan e Roma viene sbandierato come alibi: "Il calendario? non l'ho nemmeno guardato e comunque al Galatasaray sono arrivato di lunedì e il mercoledì abbiamo giocato a Torino contro la Juventus". Pareggiando 2-2 e facendo un passo deciso verso la qualificazione agli ottavi di finale.

Sorriso (ovvero entusiasmo)

"Lavorare col sorriso è più facile" dice. Ovvio. Spiega anche che toccherà alla squadra "riportare la gente allo stadio e cominciare a vincere". L'ordine delle responsabilità è ben chiaro nella mente. Dal periodo di difficoltà di deve togliere il gruppo senza aspettarsi aiuti esterni. Anche questa è una bella differenza rispetto al recente passato, fatto di molti eccessi da parte della gente e di qualche lamentela di troppo di Mazzarri. Mancini recepisce in pieno il messaggio di Thohir che aveva parlato di necessità di alleggerire la pressione intorno all'Inter e di tifosi da riconquistare "perché non si può giocare a San Siro come in trasferta". Sarà il primo obiettivo da raggiungere e anche un risultato di vitale importanza per le casse del club. Guai a mancarlo.

Qualità (quella della rosa a disposizione)

La parola qualità la pronuncia tante volte nel corso della sua prima chiacchierata da interista. Quasi fosse un marchio di fabbrica, un altro segnale concreto di cambiamento. Qualità di molti singoli, qualità del club ("un grandissimo club") e del progetto. Un concetto allargato anche alla propria esperienza, maturata in sei anni lontano da Milano, e agli avversari di un tempo che oggi tornano nel mirino: Milan e Juventus. Mancini non parla da asceta, ma da esteta del calcio. Dice anche che ama far giocare bene le sue squadre. Gli interisti non aspettavano di sentire altro.

Modulo (e mercato)

Nessun tabu, ma idee chiare. Il modulo? "Nella mia carriera ho giocato anche con la difesa a tre, anche se è chiaro che ho una mia idea di calcio in testa". Tutto passa dal confronto con i giocatori e dalla valutazione delle loro caratteristiche, da quanto si possano adattare al 'rombo' o al 4-2-3-1 che potrebbe essere l'approdo finale del cammino tattico del Mancio. Sul mercato c'è un catenaccio solo apparente. Certo, prima bisogna testare il gruppo e però il messaggio è preciso: "Non è semplice prendere a gennaio un giocatore utile per migliorare. O è un fuoriclasse, ma è difficile arrivarci, oppure spesso sono calciatori che non si integrano in tempo per far fare il salto di qualità". Servito chi sta preparando la lista della spesa. A proposito, è partito il tormentone-Balotelli: "Sta bene a Liverpool, ha una grande chance e deve sfruttarla lì perché ha avuto la fortuna di ritornare in Inghilterra in un grande club". Punto.

Singoli (ovvero Kovacic e gli altri)

Nessuna pagella definitiva, ma la netta sensazione che il Mancio ripoterà al centro del villaggio alcuni uomini finiti in periferia o poco fuori le mura. Difesa totale di Vidic e della sua necessità di avere tempi adeguati di ambientamento, rilancio in vista per Guarin, di cui volutamente cita il bene fatto nel Porto omettendo le delusioni nerazzurre, e complimenti dedicati soprattutto a Kovacic. E' il talento croato l'uomo che pare meglio stuzzicare la fantasia del tecnico, soprattutto nella parte in cui capisce di avere per le mani un gioiello grezzo da plasmare e lanciare. Spesso Mancini si è innamorato in anticipo di calciatori destinati poi a una grande carriera. E' il marchio della qualità che ha illuminato la sua parabola di calciatore e che sembra essere capace di riconoscere anche negli altri.

Giovani (ovvero la sfida più stimolante)

La vera rivoluzione tra Mancini e Mazzarri in una sola frase. Per il predecessore, Icardi e Kovacic erano "due ragazzi trovati lì". Per il Mancio no. Il fatto che la rosa sia vergine a livello internazionale e composta da molti giovani di belle speranze non solo non è un problema, ma diventa il boost decisivo: "E' una cosa bellissima ed è uno dei motivi per i quali ho deciso di accettare la proposta di tornare. Possiamo lavorare bene e crescere insieme. E' uno stimolo molto grande e spero che la squadra giochi bene a calcio". Anche perché - ma questo pensiero non viene esplicitato - gente come Kovacic e Icardi ha già le qualità per fare bene e se dovesse scattare la scintilla nessun traguardo sarebbe precluso.

Rispetto (per Mazzarri e per il suo lavoro)

Spesso chi arriva sceglie di sottolineare i problemi lasciati in eredità da chi se ne è andato. Un modo per precostituirsi una spiegazione per le fisiologiche difficoltà e per suddividere i demeriti in caso di immediato fallimento. Con Mancini nei riguardi di Mazzarri non accade: "E' sicuro che qualcosa non è andato altrimenti non sarei quei - dice -, però non è sempre e solo colpa dell'allenatore. Mazzarri è un bravo allenatore, l'ho detto e lo penso". Quando lasciò l'Inter, Mancini subì le punture di Mourinho, impegnato a cancellare il paragone (scomodo) con chi aveva vinto tre scudetti di fila in nerazzurro. Oggi non fa la stessa cosa con Mazzarri, anche se sarebbe facile elencare le cose che non vanno.

Moratti (ovvero il passato)

L'ha sentito al telefono e ne ha incassato i complimenti. "La sua decisione di vendere l'Inter va rispettata al cento per cento. Mi ha chiamato e sono felice che sia felice. E' ancora dentro la società e io posso solo ringraziarlo per avermi fatto venire all'Inter dieci anni fa. Adesso però la situazione è diversa". Riconoscenza.

Thohir (ovvero il futuro)

Lo mette sullo stesso piano di Moratti, distinguendone però in maniera netta i ruoli. Lega indissolubilemente passato e presente: "Non avrei mai pensato di tornare un giorno all'Inter. Quando è stato fatto un lavoro bene c'è tutto da perdere". Se ha accettato è perchè quel rischio gli è parso marginale rispetto alla sfida di riportare il nerazzurro in alto. Al suo fianco c'era Bolingborke: ha ripetuto che l'Inter sarà presto nella top ten europea e mondiale. 

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