Addio all'Euskaltel-Euskadi. E al ciclismo indipendente
Addio all'Euskaltel-Euskadi. E al ciclismo indipendente
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Addio all'Euskaltel-Euskadi. E al ciclismo indipendente

Fondata 20 anni fa, composta da soli baschi, era la più vecchia squadra in attività. L'ultima ad arrendersi alle logiche dello sport globalizzato

di Sergio Meda Sportivamentemag

Casuale, ma non beffardo, l’ultimo successo colto da un basco, Beñat Intxausti, vincitore del Giro di Pechino, gara in sei frazioni che ha chiuso la scorsa settimana la stagione 2013 delle prove a tappe del ciclismo professionistico. Intxausti gareggia per la Movistar, non per la Euskaltel-Euskadi, la squadra intrinsecamente basca che ha chiuso in Cina un’avventura nel ciclismo professionistico durata vent’anni. L’ultimo piazzamento è stato il decimo posto di Garikoitz Bravo, un cognome che purtroppo non è una garanzia. Con l’uscita di scena di Euskaltel-Euskadi finisce un’epoca perché il marchio indipendentista era il più vecchio, come anzianità di servizio, nel ciclismo che conta.
La chiamavano la “compagnia di bandiera”, caratteristica nei colori e nelle intenzioni (per 17 anni ha avuto come sponsor la telefonia color arancio dei Paesi Baschi e sino allo scorso anno ingaggiava esclusivamente ciclisti originari dei territori storici di Alava, Bizkaia, Gipuzkoa e Navarra o che si fossero formati presso le leve giovanili in quegli ambiti). La Euskaltel-Euskadi rappresentava l’autonomia, perlomeno ciclistica, da Madrid e da tutto il circostante, troppo castigliano per i gusti dei suoi promotori e dei suoi supporter, indipendentisti da generazioni, anzi da sempre.
L’idea della squadra autarchica era venuta al presidente della Fondazione Euskadi (che sta per Paesi Baschi) Miguel Madariaga, un ex-taxista innamorato del ciclismo che dal 1993 e sino al 2012 ha orgogliosamente imposto che nulla snaturasse l’identità della squadra. Poi la crisi, la stessa crisi che ha messo in ginocchio un’altra squadra, stavolta di calcio, e ben più celebre: il Barcellona, vessillo della Catalunya, dallo scorso anno asservito alle logiche di una compagnia aerea, Qatar Airways, dopo tre anni di sponsor Qatar Foundation che almeno salvava la faccia e lo statuto della società che mai avrebbe dovuto piegarsi a un marchio commerciale.
Le successive vicissitudini di Euskaltel Euskadi, tutte legate a problemi di bilancio – quest’anno sono arrivati a un passo dal vendere gli automezzi della squadra per pagare gli stipendi ai corridori – hanno portato alla decisione di chiudere la società ciclistica subentrata alla Fondazione, non altro che la Basque Pro Cycling Team. Già il nome e l’obbligo di reclutare gente di ogni genia, purché in possesso di punteggio che garantisse la qualifica di team Pro Tour, faceva orrore ai puristi.
La mancanza di appoggi del governo della Regione e l’orgoglio hanno inevitabilmente decretato la fine di Euskaltel Euskadi, i cui dirigenti hanno persino rifiutato la ciambella di salvataggio venutagli dall’asturiano Fernando Alonso, il pilota della Ferrari, che aveva in animo di rilevare la società per far contento il suo amico Samuel Sanchez, campione olimpico su strada a Pechino 2008. Le trattative, proseguite sino a tre settimane fa, si sono bruscamente interrotte, ufficialmente perché “Alonso dettava condizioni inique”. In realtà voleva solo i corridori e la licenza della squadra, non tutto il personale che affolla la società da anni, inclusa la Continental Obrea, altro gravame senza costrutto.
Il rischio di sparire dalla scena ciclistica si era già manifestato nel 1997, quando solo l’ingresso della telefonia basca, provvidenziale, rimise Euskadi in linea di volo. Dalle origini a oggi la società basca ha incasellato 130 vittorie, la più evocata quella di Roberto Laiseka, vincitore nel 2001 della tappa del Tour de France a Luz Ardiden. Altri epigoni baschi in maglia arancione: Iban Mayo, Igor Antón, Mikel Nieve, Egoi Martinez, oltre al già citato Sanchez che ha il solo torto di una vittoria olimpica con la maglia sbagliata, quella della nazionale spagnola. Decisamente non appropriata.

Sergio Meda, autore di questo articolo, è direttore del sito Sportivamentemag , magazine on line che tutela lo sport e le sue regole, proponendo  storie e riflessioni.

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