Calcio

Il Var in Champions League funziona ma non per tutti. Roma ancora beffata, perché?

Giallorossi penalizzati col Porto dalle decisioni di Cakir. Bilancio positivo della rivoluzione in Europa, ma paghiamo sempre noi

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Giovanni Capuano

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La rivoluzione ha attraversato l'Europa da Madrid a a Gelsenkirchen passando per Amsterdam e Parigi. Il Var è entrato a piedi uniti nella storia della Champions League, bruciando le tappe e decidendo molte delle sfide degli ottavi di finale. Bilancio positivo, anche se in qualche paese hanno fatto fatica a capire la svolta e si sono aggrappati all'idea del calcio all'antica, quello con l'arbitro in campo padrone di tutto.

Non è più così e il percorso è irreversibile. Proprio per questo risulta ancora più difficile comprendere le scelte della coppia Cakir (in campo) e Marciniak (al Var) che a Oporto hanno determinato l'esito della sfida tra Porto e Roma in un epilogo ai supplementari palpitante e carico di discussioni.

Prima hanno visto - giustamente - la trattenuta di Florenzi su Fernando che ha mandato Telles sul dischetto del rigore e che a occhio nudo era sfuggita ai più. Poi, però, hanno chiuso entrambi gli occhi sul contatto di foga di Marega su Schick. Eppure le immagini c'erano, il Var le ha viste e riviste senza sentire, però, l'esisgenza di chiamare il collega alla revisione per trovare il coraggio di concedere il rigore che avrebbe cambiato il corso della qualificazione.

Come è stato possibile? Perché non è scattato quel meccanismo che in altre gare di questo turno ha consentito ai direttori di gara di evitare errori e polemiche? La Roma è giustamente furiosa anche perché è stata tra le società a chiedere con forza l'introduzione del Var in Europa dopo la semifinale della passata stagione contro il Liverpool, decisa anche da un clamoroso fallo di mano non visto.

Pallotta non si dà pace, la sua protesta è stata rumorosa e resa ufficiale anche dai canali social del club perché arrivasse senza alcuna possibilità di interpretazione diversa a Nyon. Ovviamente serve a poco, nel senso che il danno ormai è fatto ed è un danno da una quindicina di milioni di euro almeno, tanti ne avrebbe incassati tra bonus e botteghino con il passaggio ai quarti di finale.

L'errore di Oporto (l'arbitro si è giustificato spiegando che dal Var gli hanno detto che non c'era nulla da rivedere) è difficile da accettare nell'era della tecnologia. Peccato, ma prima o poi doveva accadere anche in Europa malgrado Rosetti, designatore Uefa, abbia fatto largo uso degli arbitri di maggior esperienza con il protocollo a partire dagli italiani.

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– Credits: tratto da Twitter

Roma a parte, il bilancio è positivo. Il Manchester United si è qualificato a tempo quasi scaduto grazie a un braccio malandrino scovato dalle telecamere: Neymar ha attaccato il Var (Irrati), ma in Francia la decisione è stata accolta come accettabile. La doppia sfida tra Ajax e Real Madrid ha vissuto un susseguirsi di episodi in cui è stata ristabilita la verità del campo tra gol annullati, interpretazioni al limite e un passo indietro quando non c'è stata certezza delle immagini.

Senza la Var l'andata tra Atletico Madrid e Juventus sarebbe stata uno scandalo di dimensioni internazionali e solo grazie alla video assistenza i bianconeri hanno un ritorno da giocarsi con qualche chance di qualificazione. In Schalke-Manchester City c'è stata polemica tanto da spingere l'Uefa a un comunicato ufficiale per garantire la correttezza dell'applicazione del protocollo.

Insomma, un successo ricordando certi scempi del passato. La domanda quindi torna: perché Marciniak e Cakir non hanno avuto il coraggio di cambiare la storia di Porto-Roma al minuto 122, non hanno avuto l'umiltà di rivedere quello sgambetto e ci hanno riconsegnato al calcio del passato pur avendo gli strumenti per tenerci nel presente e proiettarci sul futuro?


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