Giovani, forti e precari: la sfida impossibile della baby Italia

Confinati in serie minori e spesso dimenticati in panchina. La Spagna? C'è chi ha vinto la Premier e chi un mese fa si giocava Champions ed Europa League

L'esultanza dell'Italia Under 21 dopo la vittoria in semifinale contro l'Olanda – Credits: Ansa

Un mese fa mentre Bardi cercava di agguantare i playoff di serie B con il suo Novara, De Gea saliva sul podio per incassare la medaglie della Premier League. Donati e Crimi piangevano per la retrocessione del Grosseto in Lega Pro, Rodrigo si disperava per aver visto sfumare in una settimana Europa League, campionato e coppa del Portogallo. Per non parlare di Bartra impegnato da titolare nelle semifinali di Champions contro il Bayern Monaco, Isco protagonista della straordinaria (e sfortunata) volata del Malaga e Muniain erede di Llorente nell'Athletic.

Difficilmente i numeri nello sport mentono e i numeri che disegnano la differenza che c'è tra Italia e Spagna prima della finale dell'Europeo Under 21 sono spietati. Tutti insieme i giovani di Mangia hanno messo insieme nell'ultima stagione 18.093 minuti con le squadre maggiori, spesso in serie B. Gli spagnoli di Lopetegui? Quasi il doppio esatto: 34.968'. I numeri non mentono e fotografano il divario tra la squadra più forte del continente e un gruppo che ha compiuto un'impresa ma ha anche la consapevolezza di poter tentare il colpaccio perché, seppure in un contesto in cui sui giovani si punta poco o quasi nulla, le individualità di classe non mancano.

"Sono andato al Liverpool perché da noi manca la fiducia" ha detto Borini con un pizzico di rabbia dopo la semifinale. Discorso identico avrebbe potuto fare Verratti, volato a Parigi perché al momento giusto la Juventus si è messa a discutere sui dettagli. Almeno l'ex pescarese ha vissuto un'annata 'da grande', valorizzato da Ancelotti: 27 presenze in Ligue 1 e 3 in Champions League. A parte lui, Florenzi (35 partite e 3 gol con la Roma), Immobile (33/5 col Genoa) e in parte Insigne (37/5 ma quasi tutto dalla panchina) gli altri la serie A l'hanno vista seduti sul divano davanti alla tv.

La difesa viene tutta dalla B e nemmeno affrontata da titolare come nel caso di Bianchetti (7 gettoni col Verona). Prendendo i titolari della semifinale contro l'Olanda, quelli che non hanno mai nemmeno esordito nella serie maggiore o l'hanno fatto pro-forma sono lo stesso numero di quelli che qualche campo importante l'hanno calcato e il discorso non cambia per le riserve subentrate: Saponara (Empoli), Crimi (Brescia) con l'eccezione di Gabbiadini che ora è un uomo mercato. Non è un caso che il veterano degli azzurrini e lo juventino Marrone che con Conte ha disputato 13 spezzoni di partita in due stagioni.

Valore complessivo sul mercato della rosa di Mangia: 103,3 milioni di euro (fonte Transfermarkt.it). La Spagna quasi ci doppia: 176,4 milioni di euro. La ragione è evidentente a chi conosce il calcio europeo. In Spagna i talenti giocano anche se sono giovani. De Gea è campione d'Inghilterra, Koke ha vinto la Supercoppa con l'Atletico Madrid, i baby del Barcellona (Montoya, Bartra, Tello e Thiago Alcantara) insieme assommano 133 presenze con Messi e compagni e spesso di qualità. Rodrigo è stato protagonista della stagione del Benfica, Isco di quella del Malaga, Martinez e Illarramendi (67 presenze in un anno in due) hanno trascinato la Real Sociedad ai preliminari di Champions League.

Nessuno viene dalla Seconda Divisione se non per le comparsate, a dir la verità quest'anno sempre più rade, con le squadre B dei singoli club. Un sistema che l'Italia vorrebbe copiare ma sul quale i presidenti della Lega Calcio faticano a trovare un accordo, spaventati dai costi. Preferiscono mandare i giovani a farsi le ossa in provincia per poi quasi sempre perderli di vista. Un esempio? Mentre l'Inter di Stramaccioni incassava 57 gol, lontani da San Siro crescevano Bardi, Donati, Bianchetti e Caldirola, l'ossatura della difesa che si gioca il titolo europeo contro i mostri spagnoli. Se abbia senso o no lo dirà il futuro.

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