Giovanni Capuano

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Il saluto militare pro-Erdogan ostentato dai calciatori turchi alla fine del match contro l'Albania e poi, malgrado le polemiche preventive, a Parigi in coda alla sfida con la Francia hanno prepotentemente portato la questione turca dentro il calcio europeo. Era difficile immaginare che non accadesse, ma quelle immagini hanno fatto il giro del mondo e aperto il dibattito sull'opportunità che la Uefa intervenga duramente contro i responsabili e in maniera simbolica togliendo ad Istanbul l'organizzazione della finale della Champions League prevista allo stadio Ataturk il prossimo 30 maggio 2020.

Un dibattito molto politico (il ministro dello sport italiano Spadafora ha scritto al presidente Ceferin) e che sta infiammando l'opinione pubblica. Tutti convinti in maniera compatta che tocchi al calcio dare un segnale forte, prendendo subito una decisione su un evento programmato tra poco meno di otto mesi, posto che il saluto militare dei calciatori viola il codice disciplinare Uefa e per questo sarà sanzionato. Come? Il timore è che ci possa essere solo una multa (articolo 11 comma C), la speranza è che non si sottovaluti l'impatto di questa decisione.

Perché il calcio deve fare per tutti?

Il partito pro-cancellazione della finale a Istanbul si ispira alla durezza con cui il St Pauli, club tedesco, ha licenziato il turco Sahin per un post pro-Erdogan sui social: "Lontano dai valori del club". Una scelta netta e immediata. Altre società sono alle prese con lo stesso problema che in Italia riguarda Juventus (Demiral), Milan (Calhanoglu) e Roma (Under) con l'aggravante per i giallorossi che il messaggio in questione è stato veicolato con indosso la maglia e il simbolo della stessa società.

L'impatto di una scelta Uefa oggi è evidente, ma non è nemmeno giusto che si chieda sempre e comunque al calcio di muoversi autonomamente anche per coprire le mancanze altrui, nel momento in cui politica e diplomazia stanno miseramente fallendo nel loro compito. Tirare per la giacchetta i ricchi del pallone suona come strumentalizzazione, un modo per ripulirsi un po' la coscienza che tra l'altro a volte viene evocato e a volte no.

La stessa Uefa da anni accetta di non far incontrare squadre russe e ucraine per i riflessi della crisi politica e militare tra i due paesi, ma nessuno si sogna di chiedere l'esclusione di Mosca e nessuno, quando accadono tragedie o vicende complesse, si sogna ad esempio di estendere la richiesta di "fermarsi" ad altri settori dell'intrattenimento. Sempre e solo al calcio.

Il possibile piano B per la Champions League

A Nyon conoscono benissimo la tragicità di quanto sta accadendo in Siria, così come la Fifa è al corrente della delicatezza di temi sociali e civili come il rispetto dei diritti in paesi in cui sta esportando il calcio. La Uefa ha, come ovvio, alcuni piani alternativi nel caso non ci fossero le condizioni per portare la finale di Champions League a Istanbul e quando sarà il momento dovrà essere chiamata a fare la sua parte.

Allora, però, non adesso per regalare un po' di visibilità dimenticando che i campi su cui la questione turca va risolta non sono quelli verdi e rettangolari di una partita, ma le stanze della politica e della diplomazia.

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