Un nuovo Filadelfia per il Toro? Eraldo Pecci ci crede... un po'

Partendo dal sogno dello stadio, chiacchierata a tutto campo con il regista dello scudetto granata del 1976, raccontato nel suo recente Il Toro non può perdere

Un'immagine del Filadelfia tratta dal sito www.fondazionestadiofiladelfia.org. – Credits: www.fondazionestadiofiladelfia.org

Paolo Papi

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«Sì, sono d'accordo: nel momento in cui il Filadelfia ha cessato di esistere, in qualche modo ha cessato di esistere anche il Toro». Eraldo Pecci, ultimo regista di un Torino che aveva ancora le corne per infilzare la Zebra e lasciarla a terra sanguinante, non è mai stato uno che le mandi a dire. Nel suo libro, Il Toro non può perdere - La magica stagione del 75-76 (ed. Rizzoli), è proprio a questo museo-monumento del calcio abbattuto nel 1998 - nell'indifferenza della parte bianconera della città e delle istituzioni locali - che dedica uno dei capitoli più struggenti: «Non c'è dubbio che, senza il vecchio Fila, il Toro abbia perso una parte essenziale della sua identità. Come un bimbo senza la mamma. Chissà se un giorno - scrive - accadrà un miracolo e lo rivedremo in piedi».

Un miracolo, Eraldo. Ora ci sono i rendering, i calcoli, una buona sicurezza sui fondi in arrivo da Comune e Regione e pure un «save the date» per il taglio del nastro fissato per il 4 maggio 2016. Lei comincia a crederci?
Non saprei. Sono fuori dal mondo del calcio da molti anni. Ma se anche Domenico Beccaria, il presidente del museo del Grande Torino, comincia a essere meno pessimista di prima, personalmente ci credo un po' di più. Stiamo a vedere. Il Fila allora non era solo uno stadio e un campo. Era una grande famiglia dove ci conoscevamo tutti, dove mangiavano tutti, dal presidente Pianelli fino all'ultimo dei giovanissimi e dei magazzinieri. Non era nemmeno uno stadio e questo perché la gente a Torino non andava al bar, andava al Fila. Era la nostra casa e aveva qualcosa di magico che, fuori Torino, era ed è difficile capire

Quella magia sarà mai più creata, ammesso che lo ricostruiscano?
Dipende dalle persone, dalla gente che lo vive. Ci sono cose che non moriranno mai e ci sono cose che non possono vivere in eterno. È davvero una domanda troppo difficile. Certo: non ho mai visto nessuno buttare via la propria storia come è accaduto col Fila. In qualsiasi posto del mondo, il Fila sarebbe diventato un monumento nazionale. Ma non a Torino. Speriamo che ora siamo davvero a una svolta

Lei, anche nel suo libro, sostiene che il calcio è cambiato. E sono cambiati anche i giocatori. C'è qualcuno, tra i giocatori che vinsero l'ultimo scudetto, che sarebbe un campione anche oggi?
Se ci fosse ancora Fausto Coppi vincerebbe ancora? Lei lo sa? Certo, io penso che chi è campione lo è in tutte le epoche. Ma il punto è che noi eravamo una squadra. Con tutti i giocatori che erano disposti a sacrificarsi, ad ascoltare. Le grandi imprese non le fanno i singoli. Le citerò un esempio: qualche anno fa, a Caserta, nella squadra di basket locale, c’era un cestista che vinceva la classifica cannonieri ogni anno. La squadra però non vinceva. Quando decisero di cederlo, arrivarono due nuovi che facevano solo una decina di punti a partita: ebbene, quell'anno Caserta vinse lo scudetto.

Perché un libro sul Toro?
Quando vado mangiare con i miei compagni di allora mi accorgo che gli voglio sempre più bene. Avevo voglio di scriverne. E poi c'è ancora qualcosa che mi commuove: lo sguardo della gente. Quando veniamo invitati ancora oggi dai Toro club nelle Langhe o altrove, incontriaamo persone normali, persone di settant'anni che ti ascoltano e con la faccia ti dicono di continuare. È la magia del Toro: è per questo che il Toro non può perdere 

Ritorna la magia, refrain della memoria granata. A quasi quarant'anni dall'ultimo scudetto...
Esatto: se tu vinci uno scudetto con la Juve, i tifosi ti chiedono quale scudetto? A noi del Toro questo non capita. E le chiedo: è più facile vincere dieci scudetti coi bianconeri o uno col Verona?

Reciti la formazione di quel Toro.
Lei non la ricorda?

Io sì. Era, per molti, una filastrocca infantile. Ma volevo che fosse Piedone...
 Castellini, Santin, Salvadori, Patrizio, Mozzini, Caporale, Claudio, Pecci, Graziani, Zac, Pulici

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