Calcio

Torino in festa, rinasce il Filadelfia. Fossati: "Stadio della memoria"

Venerdì 17 ottobre la posa della prima pietra. Tra un anno, l'inaugurazione. Per l'ex difensore granata, "non è mai stato uno stadio come gli altri"

filadelfia

Dario Pelizzari

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"Per il Fila e per il Toro, questo e altro". Natalino Fossati, classe 1944, granata nel profondo per via di una carriera spesa al servizio della squadra che soltanto qualche anno prima aveva rivoluzionato le logiche del calcio internazionale, risponde al telefono sulla strada che porta alla Basilica di Superga, l'altro grande simbolo del Torino che fu. Ci sarà anche lui alla posa della prima pietra del nuovo Filadelfia in programma venerdì 17 ottobre alle ore 11,30. Secondo i piani della fondazione che ne ha seguito da vicino le tappe della rinascita (www.filadelfia.it), l'impianto verrà inaugurato tra un anno esatto, per celebrare come meglio non si potrebbe il novantesimo anniversario della prima partita che vi fu disputata, un Torino-Fortitudo Roma che per la cronaca finì 4-0 a favore della formazione di casa. 

 

"Su quel campo ho fatto la mia prima partitella 'ufficiale' con la maglia granata - spiega Fossati - Era la primavera del 1957, avrei compiuto 13 anni a giugno, ero piccolo, ma promettevo bene. Mi fecero entrare a 20 minuti dalla fine e segnai tre gol. Giocavo punta e avevo un sinistro niente male. Da quel momento, il Filadelfia diventò la mia casa per molto tempo". Non era uno stadio come gli altri, il Fila. Non lo è mai stato. "Non perdevamo una partita della prima squadra. Su quegli spalti, ho visto giocare calciatori che hanno fatto la storia del club e chissà quante volte mi sono chiesto se ne avrei fatto parte anch'io. Ogni volta era un'emozione unica. Il Fila faceva la differenza, sempre. Non a caso veniva chiamato la 'fossa dei leoni'. Dal campo, sentivi un boato che altrove non sentivi. E nessuno poteva dimenticare che su quel prato il Grande Torino aveva vinto cinque scudetti di fila. Storia e passione: il Filadelfia non è mai stato abbordabile per nessun avversario. Se riuscivi a tornare a casa con un pareggio, era perché il sole se n'era andato". Un campo come un fortino. Alt, da qui non si passa. 

Dalle giovanili all'esordio in prima squadra. Con il Filadelfia sullo sfondo a fare da guardiano. Fossati non era di passaggio. "Quando venni promosso in prima squadra, il famoso magazziniere Gildo Zoso mi consegnò la maglia numero 3 e mi disse: 'Per ora, non sei degno nemmeno di lucidare le scarpe di chi ha indossato questa divisa'. Aveva ragione. La numero 3 era appartenuta a un certo Virgilio Maroso, uno dei più grandi terzini sinistri di sempre. Tempo due anni e cambiò idea". Nella primavera del '62, l'acuto che segna un destino. Gara di ritorno dei quarti di finale della Coppa dell'amicizia italo-franco-svizzera. Avversario di turno, l'Olympique Lione che all'andata era stato messo sotto 2-1. "Perché mi ricordo quella gara? E' in quell'occasione che ho segnato il mio primo gol in maglia granata. Che gioia, che festa al Filadelfia. Esultai con i tifosi a due passi da loro. Un ragazzino alle prese con il calcio dei grandi. E che grandi, c'erano Enzo Bearzot, Lido Vieri, Denis Law, Joe Baker". Finì 1-1, Toro in semifinale. Fossati si era preso uno spicchio di Fila tutto per lui. Da allora lo conserva nel taschino, nell'attesa di riportarlo alla memoria sul campo che lo battezzò fenomeno. 

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