L'insulto libero e la prima cambiale pagata da Tavecchio

La cancellazione della discriminazione territoriale era scritta nel programma del presidente Figc: la volevano i club - Come cambia la norma sui cori

Il presidente della Figc, Carlo Tavecchio – Credits: Ansa

Giovanni Capuano

-

Non bisogna stupirsi che il primo atto della nuova Figc sia stata la cancellazione della discriminazione territoriale dalle norme del Codice sportivo. Bastava aver letto il programma di Tavecchio al punto 2 per capire che la linea morbida dei club sarebbe passata subito e senza troppe discussioni. Lì si parlava di “armonizzazione a livello europeo” della responsabilità oggettiva e di “estensione del sistema di esimenti e attenuanti” per evitare che le società italiane andassero incontro a punizioni superiori rispetto alle altre federazioni Uefa. Principio condivisibile, considerato il vicolo cieco in cui ci si era cacciati un anno fa approvando norme suicide, che avevano consegnato i club nelle mani degli ultras e costretto a un paio di vergognose marce indietro, ma allo stesso tempo segnale pericoloso da lanciare all’avvio di una stagione che sarà ad alta tensione.

Che le cose non potessero andare avanti così lo aveva segnalato anche il Viminale. Cancellare, però, la discriminazione territoriale dall’articolo 11, quello che la equiparava al razzismo, confinandola nel vecchio sistema di multe e diffide senza un autentico effetto deterrente, autorizza gli ultras a gridare vittoria. Le curve hanno piegato le istituzioni e, quel che è peggio, lo hanno fatto al termine di un annata in cui i club – con pochissime eccezioni – hanno spesso contrastato nel nome da loro stessi volute salvo poi spaventarsi davanti alle conseguenze dell’applicazione. Chi potrà togliere ora di testa ai capi bastone delle frange estreme che negli stadi comandano loro? La nuova Figc di Tavecchio ha risolto il problema urgente delle società (come avevano imposto i presidenti della Lega con il ticket Lotito-Galliani a garanzia del risultato) senza, però, lavorare sulle cause del fenomeno.

Si torna alle care, vecchie, sanzioni economiche che i club pagheranno senza fiatare e senza mai rivalersi sui responsabili. All’estero non funziona così, come ha imparato sulla propria pelle il manipolo di tifosi (italiani) che hanno causato la chiusura di un settore dell’Allianz Arena con uno striscione omofobo e ai quali il Bayern Monaco ha chiesto i danni di immagine e materiali. Da noi gli ultras squalificati sono stati accolti nelle sedi dei ritiri e fatti dialogare con giocatori e dirigenti perché questi ultimi esprimessero solidarietà con la loro lotta. Non è successo nel profondo Sud, dove le pressioni della criminalità organizzata si mischiano alle pulsioni da stadio, ma a Milano e in molti altri luoghi. Ora, con la revisione della discriminazione territoriale e le “sanzioni non drastiche ma più ponderate” (Tavecchio dixit) i club potranno continuare a coltivare i rapporti con i soliti noti senza più essere messi spalle al muro.

Sarebbe bello che già dal secondo Consiglio federale si lavorasse a una norma per rendere automatica l’azione di rivalsa nei confronti di chi si macchia di questi e altri comportamenti. Sarebbe l’unico vero deterrente a disposizione per ripulire gli stadi italiani da becerume e maleducazione troppo spesso scambiati per folklore e rivalità tradizionale. Gli strumenti esistono e il pacchetto di norme varato dal Governo sul Daspo di gruppo e differito ha fornito anche copertura giuridica a interventi eccezionali. Basterebbe volerlo. Ma forse Tavecchio non è presidente per occuparsi della questione.

© Riproduzione Riservata

Commenti