Calcio

Stefano Cusin: la Palestina raccontata dal campo (di calcio)

L'allenatore italiano parla della sua esperienza all'Ahli Al-Khalil di Hebron, in Cisgiordania, e del match storico che attende la sua squadra a Gaza

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Gianpaolo Ansalone

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Animo da giramondo e voglia di non fermarsi mai probabilmente inculcatagli dai genitori, anche loro cittadini del mondo: questo in breve il ritratto di Stefano Cusin, nato in Canada da genitori italiani prima di trasferirsi in Francia, un passato da calciatore professionista oltralpe e in Svizzera (ma anche in Guadalupe), una moglie di Castiglion Fiorentino (in provincia di Arezzo, che definisce alquanto arditamente "casa sua") e un presente da allenatore globetrotter.

Dopo panchine in Congo, Camerun, Libia, Bulgaria, oggi Cusin allena la squadra dell'Ahli Al-Khalil di Hebron, in Cisgiordania. Come ci è arrivato? "Tutto è partito dalla proposta di un agente israeliano", risponde lo stesso Cusin: "non nego di averci pensato parecchio. Mi sono confrontato con la mia famiglia e mio figlio, che gioca a Siena, non era convinto di questa scelta... Alla fine però, prese alcune informazioni, mi sono buttato portando con me Gianluca Sorini, preparatore atletico conosciuto all'Arezzo".

Com'è vivere e allenare in una zona del mondo a rischio?
"Certo ci si trova in un clima di costante tensione, considerato anche che a Hebron c'è una comunità di israeliani con i quali i palestinesi non hanno buoni rapporti... Ma alla fine tutti convivono con la situazione e non viene percepito il pericolo di morte, anche perché in questo i palestinesi sono abbastanza fatalisti. Per quanto mi riguarda, io faccio calcio e non mi occupo di politica. Non ho nemmeno mai avuto paura e per fortuna non ho mai vissuto episodi di pericolo particolari. La mia forza è la passione per il lavoro che svolgo: è quella che mi spinge a guardare sempre oltre".

I tuoi calciatori ti chiedono mai qualcosa sull'Italia?
"Continuamente, soprattutto sul nostro Campionato. Una tv satellitare del Qatar trasmette le partite dei maggiori tornei europei, tra i quali il nostro, e i miei calciatori conoscono molto bene la Serie A. Adesso ho deciso di premiarli, vista la vittoria in Coppa Nazionale ed in Coppa di Lega, portandoli in ritiro a luglio proprio in Italia, tra Trentino e Castiglion Fiorentino".

Qual è il livello della West Bank League, il Campionato della Cisgiordania in cui milita la tua squadra?
"Il livello tecnico è buono: ci sono tanti ragazzi che hanno praticato sempre calcio di strada e quindi vanno istruiti sul piano tattico, ma ho sempre trovato giocatori molto umili e disponibili a imparare. Diciamo che come livello il nostro campionato può valere una Lega Pro formata solo da squadre competitive".

Gli impianti, invece?
"Ce ne sono pochi, dal momento che ogni città ne ha solo uno, ma sono tutti in sintetico e con un'ottima manutenzione. Ci sono squadre che hanno 2-3.000 tifosi e altre che arrivano anche a 12.000 spettatori. Come media siamo attorno ai 5.000 spettatori per gara, ma per partite importanti si arriva anche a 20.000 tifosi".

Dopo aver conquistato Coppa Nazionale e Coppa di Lega, pensate al titolo?
"La vittoria del campionato non è l'obiettivo principale. Tra l'altro, grazie alla vittoria in Coppa Nazionale parteciperemo alla Champions League asiatica (l'AFC Cup), che sarà un'ottima esperienza. Il vero obiettivo è una costante crescita, progetto per il quale il presidente mi ha anche proposto un contratto di... 10 anni!".

Etnicamente, com'è composta la vostra squadra?
"Oltre a musulmani palestinesi, ci sono 6 ragazzi arabi nati e cresciuti in Israele, che vengono proprio da quel campionato. Inoltre c'è un ragazzo di etnia drusa. Tutti quanti convivono in maniera eccezionale e non ho mai avuto nessun tipo di problema di gestione sotto questo aspetto. Il nostro caso è la dimostrazione che lo sport va oltre la religione e gli scontri razziali. Ed è l'esempio lampante che se un ambiente non è ostile e intorno non c'è odio, le persone riescono a convivere pacificamente".

Di recente la Palestina ha però chiesto alla Fifa l'esclusione di Israele, accusandone tra l'altro i militari di esercitare varie vessazioni sulle squadre palestinesi durante le trasferte...
"Sono contento che alla fine si sia risolto tutto con una stretta di mano e spero che questo possa essere un segnale di apertura tra i due paesi. Diversi miei giocatori mi hanno raccontato di episodi spiacevoli e di arresti da parte dei militari israeliani, ma personalmente mi ricordo un episodio simpatico: una volta tornavamo da una trasferta dopo aver vinto 6-0 e il militare israeliano, dopo averci chiesto il risultato, ci esortò ad andare a festeggiare in maniera molto amichevole. Riguardo all'integrazione, saremo poi presto protagonisti di un match storico...".

Ovvero?
"La Federazione palestinese ha deciso di far giocare il prossimo 4 agosto una partita ufficiale tra la vincitrice della Coppa Nazionale del campionato di Gaza e la mia, che ha vinto la Coppa della West Bank. Sono passati vent'anni da quando due squadre di Gaza e Cisgiordania si sono affrontate: questa sarà una prova importante di integrazione e di rapporti internazionali, visto che dovremo attraversare Israele per arrivare a Gaza e successivamente i nostri avversari dovranno fare lo stesso. Il tutto con la supervisione anche di alcuni commissari della Fifa".

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