Stefano Borgonovo, dalla corsa sul prato di Monaco all'ultima partita contro la Sla

Alla fine ha vinto la "stronza", come la chiamava l'ex calciatore di Milan e Fiorentina. Ma proprio grazie alla Fondazione da lui creata la lotta contro la malattia continuerà anche dopo il 90°

Stefano Borgonovo con il suo capitano nel Milan Franco Baresi. (Credits: Ansa)

Ha vinto "la stronza" (come la chiamava lui) perché oggi, nel 2013, la Sla è ancora più forte di tutto e neanche la ferrea volontà di Stefano Borgonovo, il sostegno amorevole della moglie Chantal e dei quattro figli, l'appoggio di tanti amici del mondo del calcio e la missione di una ricerca da portare avanti in fretta, nulla possono.

Ha vinto la Sla e si è portata via Stefano che di anni ne aveva 49 compiuti a marzo e che dal 2008 era diventato il simbolo della lotta alla malattia terribile che colpisce alle spalle i campioni del nostro pallone. Era una battaglia senza speranza la sua. Lo sapeva, forse, Stefano e lo sapevano tutti quelli che lo circondavano e che sostenevano la sua lotta. Una lotta senza speranza, perché ci sarebbe voluto un miracolo per disegnare un finale diverso da quello infame che aveva già tolto dall'affetto di tutti Signorini, Lombardi e tanti altri anche meno noti di loro eppure uniti nella disgrazia.

Di Borgonovo calciatore di successo rimane l'immagine della corsa felice sul prato dell'Olympiastadion di Monaco, primavera 1990, dopo un gol nei supplementari che spalanca la strada al Milan verso la finale poi vinta di Coppa dei Campioni. Parentesi breve ma intensa quella in rossonero, incastonata come un gioiello in mezzo a tanta provincia tra Fiorentina (il grande amore), Udinese, Pescara, Como e Brescia. Una carriera ricca di gol e con qualche soddisfazione importante: quella coppa con le grandi orecchie, un titolo mondiale per club e una Supercoppa Uefa.

Poteva vincere di più Borgonovo? Sì, forse poteva. Ma il dopo della sua vita è stato anche meglio del prima, pur nella disperazione di una malattia devastante, che mangia poco a poco i muscoli e lascia lucido chi ne è colpito. Che cancella i legami rendendoli impossibili. Che costringe a restare fermo anche se la mente corre veloce.

"Io, se potessi, scenderei in campo adesso, su un prato o all'oratorio. Perché io amo il calcio" è la scritta che campeggia sul sito della Fondazione che Borgonovo ha voluto e intorno alla quale è nata un'intensa attività di raccolta fondi in favore della ricerca contro la malattia. Partite benefiche, stadi pieni, immagini commoventi e mai patetiche pur nella sofferenza. L'abbraccio con Roberto Baggio sotto la curva Fiesole a Firenze nel 2008 che fece piangere molti. Impossibile resistere alle lacrime.

Non era sempre stato così. Prima di uscire allo scoperto Borgonovo era rimasto isolato per oltre un anno nella sua condizione di malato. Cupo, disperato. Lo avevano tirato fuori gli amici convincendolo che il suo nome avrebbe dato una mano a tutti gli altri, quelli che - aveva spiegato una volta comunicando con il sintetizzatore vocale dal quale non si separava mai - condividevano lo stesso dramma ma non la fortuna di avere mezzi e notorietà per combatterlo.

Sereno fino alla fine. Consapevole che forse il calcio lo aveva spinto alla morte, ma non rancoroso verso quel mondo che gli aveva anche regalato la celebrità. Morto lui rimane la sua lotta. La Fondazione non si fermerà, è certo. La Sla è un nemico che non è ancora stato vinto. In media colpisce 6 persone ogni centomila; Guariniello, che indagò sull'ipotesi di un legame con il doping, riscontrò 43 casi su 30 mila calciatori. Stefano riparte da qui, dalla lotta contro quella maledetta "stronza".

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