Prezzi alti e burocrazia: così la A perde il suo fascino

Non solo gli stadi inadeguati, ma anche il costo dei biglietti più caro rispetto alla Bundesliga. Lo scomodo paragone con il cinema e la fuga degli sponsor

San Siro, è la sera del derby di Milano – Credits: Ansa

Giovanni Capuano

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Ci sono due dati che, messi insieme e analizzati, spiegano molto della crisi del calcio italiano. Uno è quello rivelato dalla comparazione del costo del biglietto e degli abbonamenti che vede i nostri top club praticare prezzi medi quasi doppi rispetto, ad esempio, a Bayern Monaco e Borussia Dortmund, punte di diamante della Bundesliga che oggi dovrebbe rappresentare il punto di riferimento per tutti ma che non è il modello di ispirazione dei nostri dirigenti. L'altro dato è quello della fuga dagli stadi causata dalla burocrazia. La tessera del tifoso è diventata pienamente operativa nella stagione 2010-2011 e da allora la serie A ha interrotto il trend di faticosa crescita che l'aveva riportata sui livelli precedenti la stretta anti-violenza dettata dall'omicidio Raciti del febbraio 2007.

Prima si viaggiava a 24.987 spettatori di media a gara (centro studi Lega Calcio relativo alla stagione 2005-2006), poi si cadde fino a 18.756 (stagione 2006-2007) per risalire a 24.126 nel 2009-2010. Ora siamo a 23.740, dato del girone d'andata appena concluso che segna un positivo +1,5% rispetto all'anno scorso con una proiezione a fine anno, considerando la caratura dei match che ancora mancano, del +5%. Tutto bello, ma nelle stesse settimane la Liga spagnola ha fatto segnare un +3,6% secco e ha portato negli stadi (seppure con la crisi) 6,3 milioni di spettatori contro i 4,5 della Serie A.

Invocare il discorso economico, insomma, è giusto ma non basta a spiegare il fenomeno che sta rendendo i nostri stadi, vecchi e inadeguati, delle cattedrali nel deserto. Eppure provare ad abbassare i prezzi in attesa dei nuovi impianti potrebbe essere la soluzione giusta. Qualche timido esperimento c'è stato e ha dato frutti positivi. I dati ufficiali, invece, dicono chiaramente che, a parte la Premier League, in cui un abbonamento minimo può costare anche 1.182 euro (Arsenal) o 714 euro (Chelsea), il nostro è il campionato di punta più costoso d'Europa. In linea magari con Francia e Spagna (ma con uno spettacolo ormai peggiore) e certamente meno economico rispetto alla Bundesliga che con il suo 93% di riempimento è il torneo che attrae il maggior numero di tifosi.

Il Bayern stellare di Guardiola vale un prezzo di abbonamento medio di 44 euro a partita. La Juventus di Conte sale a 76, Milan e Inter addirittura a 117. Il risultato sono spalti vuoti, spettacolo deprimente anche per le televisioni e gli sponsor che non amano questo genere di cornici. Non è un caso che per la prima volta le milanesi si siano rifiutate di mettere in vendita tessere di terzo anello: lo scopo era proprio concentrare i tifosi a favore di camera.

I club italiani sono più orientati verso il modello inglese. La Juventus ha alzato i prezzi popolari dello Juventus Stadium di oltre il 60% in due anni facendo leva proprio sulla selezione del pubblico: pochi posti (41.000), quasi tutti venduti prima e al prezzo di mercato. Inutili le proteste e Marotta ha fatto capire che la stretta non è finita. Il modello tedesco? Al momento relegato a qualche esperimento ed è un peccato perch così il calcio perde clienti e appassionati. Il confronto con il cinema è perdente. Negli anni '80 un biglietto per il cinema costava 4.000 lire contro le 3.500 del popolare da stadio. Oggi il rapporto si è invertito: 8 euro il cinema (ma il 3D costa di più) contro i 20 medi di una curva di serie A. Lo spettacolo non è cresciuto altrettanto di livello.

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