Calcio

Sla, il male oscuro del pallone (e non solo in Italia)

Con Massimiliano Castellani, autore di un interessante libro-inchiesta, analizziamo verità e falsi miti di un tema sempre scottante

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Dario Pelizzari

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Alcuni la chiamano Sla, Sclerosi laterale amiotrofica: tre lettere, tre parole, una sentenza. Altri, nell'indicarla, preferiscono rendere omaggio alla memoria di Lou Gehrig, fuoriclasse del baseball americano degli anni Trenta costretto alla resa da un morbo di cui ancora si sapeva pochissimo. Per Stefano Borgonovo, protagonista della cavalcata trionfale del Milan nella Coppa dei Campioni targata 1989-90, era più semplicemente "la stronza". Un male subdolo e vigliacco che in Italia mette oggi alla prova circa seimila malati, alle prese con un percorso denso di difficoltà e di imprevisti tutti da verificare.

La medicina non risolve, aiuta. Come la ricerca, che non ha ancora chiarito con assoluta precisione quali siano le cause scatenanti del male. I numeri degli studi epidemiologici tuttavia parlano chiaro: chi ha giocato a calcio in modo continuativo, dalle giovanili alla prima squadra, tra i professionisti come tra i dilettanti, ha più possibilità di ammalarsi. Quaranta i casi accertati su 30 mila giocatori monitorati dagli anni Cinquanta a oggi, ovvero 6-7 volte di più rispetto alla media generale. E la stima va letta per difetto. L'ultima vittima parlava il verbo di Zdenek Zeman nel Foggia dei miracoli: si chiamava Paolo List, giocava come terzino destro e correva come una lepre. La "stronza" se l'è portato via lo scorso 28 marzo. Aveva 52 anni.

"La famiglia di List non ha mai voluto parlare della malattia. E' accaduto anche in tanti altri casi e non è difficile intuirne i motivi. Il calciatore è spesso considerato l'uomo ricco e vincente, quello che ce l'ha fatta, che ha avuto fortuna. Quando vieni colpito dalla Sla, la peggior malattia neurodegenerativa di cui si ha conoscenza, cambia in modo radicale il tuo modo di vedere il mondo. Senti tutto e capisci tutto, ma non puoi muovere un muscolo: sei prigioniero di un corpo che non risponde più ad alcun comando. L'esterno, gli altri, diventano una prova in più da superare, un confronto da temere, perché può nascondere un giudizio. Il caso List conferma purtroppo la tesi secondo cui ci siano in questo momento malati più o meno illustri che non sono stati finora considerati dalle statistiche". A parlare è Massimiliano Castellani, giornalista di Avvenire che ha indagato l'argomento con il libro "Sla, il male oscuro del pallone" (Goal Book Edizioni), in cui ha raccolto diverse testimonianze dirette nel mondo del calcio.

Il titolo non lascia dubbi sulla correlazione, ma come questa si sviluppa?
"Va subito precisato che la Sla è una malattia multifattoriale, che può dunque scatenarsi per ragioni diverse. Lo staff guidato dal dottor Nicola Vanacore, neuroepidemiologo dell'Istituto di Sanità di Roma, responsabile di uno degli studi più approfonditi sul rapporto tra il calcio e la malattia, ha messo in evidenza le possibili relazioni con i traumi provocati da violenti scontri di gioco. Bene, le indagini dimostrano che le connessioni ci sono e vanno considerate con attenzione. Si dirà, ma allora cosa succede negli sport che prevedono un contatto fisico reiterato? Qualche giorno fa, negli Stati Uniti, il football americano ha preso atto del collegamento diretto tra l'insorgere dell'encefalopatia, un'altra malattia neurogenerativa, e il gioco stesso (clicca qui per leggere la storia). Non è più possibile nascondere la testa sotto la sabbia e fare finta di nulla. Certo, riconoscere alla Sla lo status di malattia professionale significherebbe dare il via a una serie di richieste di risarcimento milionarie che farebbero venire il mal di pancia a moltissimi addetti ai lavori...".

Tema delicato è anche il possibile rapporto tra la Sla e il ricorso a certe sostanze farmacologiche...
"Vero. E al proposito serve un'utile precisazione: tutti i farmaci che venivano usati nel calcio non erano inclusi nella lista delle sostanze dopanti, il loro uso era insomma consentito. Il problema, come è stato ad esempio appurato dall'inchiesta condotta in Talia da Raffaele Guariniello, è che ne sono stati somministrati più del necessario. Se ci fosse invece una relazione diretta tra la Sla e il doping, dovremmo avere un numero impressionante di casi nell'atletica e nel ciclismo, ma così non è ed è giusto prenderne atto".

La Figc ha sempre negato il rapporto diretto tra calcio e Sla: perché?
"La Federcalcio ha investito un milione di euro su un'inchiesta che ha chiuso in brevissimo tempo, arrivando alla conclusione che il collegamento tra Sla e pallone non c'è e non c'è mai stato. Eppure gli studi epidemiologici dimostrano che la verità potrebbe essere un'altra. E allora perché la Figc non si assume la responsabilità di indagare a fondo su un tema che non può più essere messo a tacere? Stanno facendo come ha fatto all'inizio il football americano, ma la verità presto o tardi verrà a galla...”.

La Sla come prerogativa del calcio italiano oppure no?
"In realtà sono sempre più numerosi i casi di calciatori stranieri ai quali è stata diagnosticata la malattia. La verità è che all'estero se ne parla meno perché nessuno se ne è mai occupato da vicino: noi abbiamo avuto l'inchiesta approfondita di Guariniello, possiamo contare sul lavoro del dottor Vanacore e sulla testimonianza di tanti giocatori che hanno deciso di uscire allo scoperto. All'estero, invece di riprendere le nostre iniziative per verificare come stanno davvero le cose, ci fanno però gli applausi e basta: così pare che la Sla sia un problema soltanto italiano, ma è vero l'opposto".

Un problema legato alla malattia emerso dal suo libro-inchiesta e meno conosciuto dal pubblico?
"Il fatto che, oltre alla tragedia personale, i malati si devono confrontare quotidianamente con il costo elevato delle cure. Il mondo del calcio si è mosso finora grazie anche e soprattutto alle iniziative organizzate dalla Fondazione Vialli e Mauro. Ma serve qualcosa di più, serve un gettito annuale da investire nella ricerca. E' necessario accompagnare nel tempo il lavoro dei medici e seguire da vicino le difficoltà dei tanti ex giocatori malati che fanno fatica ad arrivare alla fine del mese. Si chiama responsabilità".

La Fondazione Borgonovo, la prova provata che la lunga battaglia con la malattia dell'ex giocatore della Fiorentina ha lasciato una traccia carica di significati...
"Chantal, la moglie di Stefano, ha avuto bisogno di un po' di tempo per riprendersi dalla scomparsa del marito, ma ora sta lavorando a pieno regime al fianco della figlia Alessandra, nominata peraltro qualche giorno fa vicepresidente della Lega Pro (ndr, la prima nella storia), per continuare la sua lotta contro la malattia al fianco di chi soffre. Sono sicuro che la Fondazione rappresenti una delle risposte più credibili a una piaga che la repubblica del pallone non ha ancora deciso di affrontare nel modo opportuno".

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