Calcio

Risse, polemiche, accuse e veleni: benvenuti nella Serie A a nervi tesi

Senza una lotta scudetto, in gioco i milioni della Champions e della salvezza. E tutti perdono la testa (salvo poi accusare gli altri di averlo fatto)

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Giovanni Capuano

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Tutti contro tutti in un crescendo di accuse, veleni, polemiche e risse. Verbali e di campo. Benvenuti nella Serie A italiana dell'anno di grazia 2019, dove si corre solo per le posizioni di rincalzo ma si discute anche sulle scelte di chi il campionato lo vincerà a mani basse. E in mancanza di meglio ci si sbrana intorno a qualsiasi argomento: arbitri, Var, magliette esposte come scalpi, razzismo e complotti presunti o reali.

Un finale di stagione non indimenticabile in un'annata che passerà alla storia come quella del campionato mai nato. Ucciso in culla dalla superiorità della Juventus e da una certa arrendevolezza di chi dovrebbe cercare di opporsi alla tirannia bianconera e che, invece, preferisce rifugiarsi in altro. D'accordo, in gioco ci sono le decine di milioni della qualificazione alla prossima Champions League e della permanenza nel calcio che conta, però la sensazione è che con lo scoppiare della primavera si sia aperta la caccia all'alibi più grande possibile per giustificare i propri fallimenti.

Uno spettacolino messo su ad uso e consumo dei tifosi, pronti ad attaccare il colpevole di turno dimenticandosi tutto quello che è successo prima. Scarsa memoria e altrettanto scarsa volontà di comprendere il presente.

Il grande complotto tra arbitri e Var

La penultima moda è il complottone per mandare qualcuno (altro) in Champions League rispondendo a non meglio precisati desideri dei poteri forti. Nel week end dello scudetto mancato della Juventus lo hanno evocato - senza mai citarlo direttamente - Lazio e Torino nelle persone di Tare e Cairo. Obiettivo di settimana il Milan che era quello che a sua volta si era lamentato sette giorni prima per gli strafalcioni di Fabbri allo Stadium.

Accuse velate, mezze frasi poi precisate o rettificate, considerazioni buttate lì e lasciate in pasto al popolo degli stadi e dei social che per definizione non bada tanto al sottile. Da Torino a Roma, passando per Milano, sono tutti convinti di essere vittime. A Napoli lo pensano ancora quando si nomina il finale della scorsa stagione e lo scudetto perso da Sarri nella volata con Allegri. A Bergamo chissà, ma Gasperini non è uno che le manda a dire quando qualcosa gli va storto nel confronto con il mondo arbitrale.

Che ci sta mettendo del suo, tra errori poco giustificabili e confusione sull'utilizzo del Var, ma che dovrebbe essere tutelato maggiormente dai padroni del vapore, gli stessi che si lamentano per lo scarso appeal del prodotto calcio e che poi collaborano indefessamente nel picconarlo dalle fondamenta. Una sorta di tafazzismo che andrebbe studiato a fondo.

Risse di campo, razzismo e zero fair play

Detto che la prima ricetta per ridare attrattività alla Serie A è che chi può investa per restituirci un campionato competitivo in vetta, rimane la sensazione di un impazzimento globale. La scenetta di San Siro con due giocatori che espongono la maglia di un avversario come trofeo di guerra è a dir poco censurabile. Il tentativo del club di definire il tutto una specie di innocente goliardata è pure meno comprensibile, soprattutto se il primo ad accorgersi della portata dell'errore è stato un uomo di sport e di campo come Gattuso.

Che la giustizia sportiva provi a punire usando mezzi che non ha (e dopo essere già stata respinta con danni alla sua credibilità) è abbastanza singolare. ma siamo fermi lì, alle reazioni sbagliate a un gesto sbagliato e a un dibattito che si autoalimenta senza mai arrivare al punto. Come nel caso del razzismo, dove noi parliamo e gli altri fanno atti concreti.

E' l'esempio di Inghilterra e Francia dove chi si macchia di comportamenti dal retrogusto razzista viene individuato (anche se si tratta di un singolo), messo alla porta e gentilmente invitato a non presentarsi più. Si potrebbe fare anche da noi, gli strumenti normativi ci sono da almeno un anno. Si potrebbe ma non si fa, concentrati come siamo a discutere - sempre - delle colpe degli altri.

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